“Nel nome di…” (Pol. 2012) di Malgorzata Szumowska

E’ un appello ad abbandonare ogni repressione e a conquistare la propria libertà e autorealizzazione.

(marino demata) Ho avuto il primo  contatto con la filmografia di Malgorzata Szumowska a Firenze, nell’ultima edizione 2020 del Festival Internazionale di cinema e donne, che ci ha offerto l’opportunità di vedere un film che mi è piaciuto molto, per il modo col quale la regista affronta i complicati intrecci interpersonali in una famiglia borghese. Il film è Corpi, ove è molto ben articolata la dialettica che si instaura tra i tre personaggi principali, che vanno a formare uno strano e per molti versi problematico triangolo. Successivamente abbiamo visto il recente film corto Nightwalk, sceneggiato dalla stessa regista e da Michal Englert, e che fa parte della serie di film creata dal marchio di moda Miu Miu, per il quale le registe prescelte sono completamente libere nelle loro creazioni, con l’unica condizione di utilizzare abiti del marchio stesso.  La regista è stata una delle venti registe di tutto il mondo ad essere prescelta da Miu-Miu col film breve Nightwalk, che  è un film, che, pur nella sua brevità, lascia ugualmente intuire una complessità di rapporti umani, come in Corpi. Entrambi i film citati sono stati recensiti qui, nel nostro magazine Rivegauche-filmecritica.com.
Con Nel nome di… facciamo qualche passo indietro nel tempo, perché il film è del 2013. In questo film la tematica della complessità dei rapporti umani è ulteriormente complicata dalla storia personale del protagonista, Adan (Andrzej Chyra). La dialettica tra i personaggi, che abbiamo notato negli altri due film di cui abbiamo parlato, è qui presente soprattutto all’interno della personalità di Adan e vive nel conflitto che il protagonista intraprende con se stesso.
Adan, infatti, è un sacerdote cattolico non insensibile al fascino dei ragazzi che sono  con lui, in un piccolo paese dell’interno della Polonia, in un centro di rieducazione di giovani con difficoltà psichiche di vario tipo. In quel lontano paese Adan stato trasferito da una diocesi della capitale. Non sappiamo i motivi del trasferimento. Ad un ragazzo che maliziosamente gli pone tale domanda, Adan risponde dicendo che i trasferimenti dei sacerdoti sono una regola frequente nella Chiesa cattolica.
Si presenta per la prima volta in Chiesa con un sermone di un certo effetto: ha trovato Dio all’età di 21 anni, perché ha scoperto che ogni persona ha un punto puro dentro di sé che appartiene solo a Dio. Lui ha scoperto quel punto dentro di sé e ha deciso di valorizzarlo al massimo, dedicandosi a Dio.
Con i ragazzi del centro comunitario riesce ad intrattenere un rapporto gioviale e quasi paritetico. Sotto la veste sacerdotale, indossa magliette e pantaloni stretti alla moda, e spesso siede al bar con loro a bere un bicchiere di birra.
Gradatamente la regista disvela al pubblico le angosce interiori di Adan, che combatte una quasi perenne battaglia con se stesso, aiutato in questo solo dallo jogging che fa nella foresta. La corse e la fatica lo aiutano a spostare in avanti il problema che lo assilla sotto forma di desiderio. Quel correre nella foresta sembra quasi una fuga in avanti rispetto a se stesso e alla sue problematiche.
Uno dei momenti cruciali dell’attività sacerdotale di Adan è quello della confessione. Al di là dell’ascolto di tanti peccati banali e usuali, viene un giorno turbato dalla confessione di un ragazzo di aver fatto sesso orale con un suo collega. Come penitenza ordina al giovane di fare un’ora di jogging nella foresta, confermando in tale modo che quella è anche per lui la maniera di scrollarsi di dosso, sia pure temporaneamente, i suoi desideri e le sue angosce.

Ma il momento più forte e drammatico, nel quale Adan manifesta apertamente il suo disagio e la sua problematica è rappresentato da un colloquio via skype con la sorella che vive in America. Adan è ubriaco e si apre con la sorella urlandole – ma urlando in pratica a se stesso – di essere non un pedofilo, ma sicuramente un gay. Questa scena, che prosegue con Adan ubbriaco che comincia a ballare con il ritratto del Papa, finisce col convincerci che il vero peccato che commette Adan non è costituito dal suo esser un gay, ma dalla sua ostinata pratica della repressione, che rischia di creare seri problemi dentro di lui.
Adan comprende di essere infatuato soprattutto del giovane Lukasz (Mateusz Kosciukewicz): in una dele scene più belle del film, i due giocano e si inseguono in un campo di grano, si perdono reciprocamente nascondendosi l’uno all’altro e si danno segnali con ululati e grida che imitano i suoni degli animali. È una tipica scena, come se ne vedono altre nelle opere della Szumowska. Che affida alle immagini e ai suoni quella che è una reciproca dichiarazione di amore non detta. Questa bellissima scena può simboleggiare l’intero film quale metafora della necessità, in ogni essere umano, della libertà e della propria autorealizzazione, quanto più necessaria, allorchè si vive in un ambiente, per propria definizione, repressivo. Sotto questo aspetto il film è un vero e proprio appello a conoscere e ad essere se stessi.
e rivela ancora una volta la sensibilità di Malgorzata Szumowska e il suo talento al servizio di un ideale di umana libertà, che è il filo comune che collega i tre film di cui abbiamo parlato. In quest’ambito, questa straordinaria regista, che onora la terza generazione di una ideale “scuola” registica polacca, riesce, nel costruire le sue opere, a mettere a posto ogni tassello, grazie alla scelta di ottimi collaboratori. In questo caso segnaliamo la felice scelta delle composizioni del maestro Paweł Mykietyn, che esaltano alcuni momenti topici nello svolgimento del film, come quello della suggestiva processione, nella seconda parte della narrazione. Nonché la scelta di rinunciare, per quanto possibile, ad un montaggio ad effetto, preferendo far parlare le immagini con la loro semplicità e le inquadrature spesso ravvicinate per cogliere i movimenti dei volti e ciò che essi esprimono o tentano di nascondere.

Film di Malgorzata Szumowska recensiti su ruvegauche-filmecritica:

Nel nome di…(2012): https://wp.me/p3zdK0-54X
Corpi (2015): https://wp.me/p3zdK0-4MC
Nightwalk (2020): https://wp.me/p3zdK0-4MC