“The girl” (Hung. 1968) di Marta Meszaros

La regista disegna la prima di una lunga galleria di personaggi femminili complessi

(marino demata) Il film di cui parliamo oggi, The girl, ha il primato di essere il primo lungometraggio diretto da un donna in Ungheria. Qualcuno ha definito “promettente” questo film di esordio della regista Marta Meszaros. Sono personalmente in disaccordo con tale definizione. The girl (titolo originale Eltávozott nap: Il giorno è arrivato) non è un film promettente, ma semplicemente un film sbalorditivo per una regista debuttante. Marta Meszaros si impone già, alla fine degli anni ’60, negli anni dei miracoli (non solo cinematografici, naturalmente), come una grande regista/ritrattista al femminile. E, in effetti, Erzsebet, interpretata da una delle muse della regista, Kati Kovacs, è la prima di una lunga galleria di personaggi femminili complessi che caratterizzeranno l’intera filmografia della regista ungherese.
La regista ha trovato appunto in lei un’attrice ideale che, pur usando il suo sguardo dal basso verso l’alto, perché non sorretta da un corpo molto slanciato, sembra, proprio per questo, col suo piglio sicuro, preciso e penetrante, voler sfidare il mondo intero.
La realtà non è stata generosa con lei: è operaia in una fabbrica, dopo essere cresciuta in un orfanotrofio. La troviamo, nella prima sequenza, all’interno di una festa di ragazze che si ritrovano ogni anno dopo essere uscite dall’orfanotrofio stesso verso il mondo. La regista ci fa vivere questa scena, malgrado gli sforzi e gli entusiasmi degli organizzatori, come un momento tutto sommato triste, al quale Erzsebet, assieme ad altre sue compagne, decide non voler partecipare mai più.
Piuttosto Erzsebet preferisce dedicarsi alla ricerca dei suoi genitori. Cosa spinge una ragazza o un ragazzo che si trova in questa situazione ad intraprendere tale ricerca? La curiosità? La speranza di essere riaccolti e riabbracciati da chi ti ha abbandonato? La speranza di sentirti dire di essere stata in qualche modo costretta a compiere un atto così terribile? La voglia di gridare il proprio orrore in faccia a chi ha rinunciato (forse contro la propria volontà) a vederti crescere? Noi non conosciamo le motivazioni, le speranze o i timori di una simile ricerca, che ha sempre degli aspetti terribili, che spesso, in questi casi, inducono alla rinuncia e all’accettazione della situazione del presente.

La ricerca di Erzsebet la porta alla individuazione di sua madre: è la signora Zsamboki (Teri Hrvath). Erzsebet le scrive e le chiede di incontrarla La signora Zsamboki in un primo momento le risponde affermativamente, ma poi, in una seconda lettera le dice di non volerla incontrare. Erzsebet non ha ricevuto questa seconda lettera, e si presenta nel villaggio sperduto dove abita la madre. Che è una tipica contadina anziana e all’antica: appare angosciata dell’arrivo della figlia. Non lascia trapelare nessun sentimento di curiosità, o di affetto ed è solo preoccupata del fatto che saranno presenti suo marito, suo figlio ventenne e la propria suocera, ai quali non se la sente di dare nessuna spiegazione e la invita quindi a fingersi una sua nipote. Ci sarebbero, dopo il pasto, momenti nei quali si potrebbe concretizzare un colloquio tra madre e figlia. Ma colloquio non ci sarà mai.
Erzsebet assiste ad un ballo in paese, uno dei rarissimi momenti di svago che il paese si concede, con gli anziani seduti a guardare i giovani che danzano. Il marito della signora Zsamboki invita la ragazza a ballare e l’episodio suscita anche le ben visibili gelosie della signora.
Con un accentuato sentimento di fallimento, Erzsebet si allontana dalla scena, prende le sue cose e, senza saltare nessuno, si avvia verso la corriera che la porterà alla stazione, in tempo per il treno per Budapest.
Sul treno Erzsebet incontra un ragazzo, lo stesso  che aveva incontrato anche all’andata e che le aveva fatto la corte tra l’indifferenza della ragazza. Ma in questo caso Erzsebet accetta di passare la notte con lui. Ma l’atteggiamento dei due ragazzi è del tutto differente. Lui è innamorato di lei, che, invece fa l’amore senza alcuna passione e, alla proposta di rivedersi ancora, lei gli dichiara di non amarlo per nulla.
Anche l’episodio di un altro ragazzo che, per dimostrarle il suo interesse, si tuffa nel fiume lanciandosi da un ponte nel vuoto, non le suscita nessuna grande emozione. Erzsebet pagherà la contravvenzione che la polizia infligge al ragazzo per essersi tuffato in un luogo vietato, ma si rende lei stessa conto che è l’unica cosa gentile che può fare.
Marta Meszaros ci ha disegnato una ragazza che la vita ha fatto già diventare un cuore arido. È un personaggio di poche parole. I rapporti che intrattiene, specialmente con l’altro sesso, sono fatti di lunghi silenzi e di vistosa incomunicabilità. Si sente qui tutta la portata e l’influenza del cinema di Michelangelo Antonioni, molto più netta di quanto non lo sia quella di suo marito, il grande regista ungherese Miklos Jancso. Gli scarni dialoghi, gli sguardi fuggevoli che dicono e non dicono, l’osservazione degli oggetti sui quali la regista si sofferma, prima che vi si soffermi il suo personaggio, sono elementi di un filone cinematografico che porta qualcosa di molto nuovo nella cinematografia dell’Europa orientale. Questi elementi si svilupperanno ulteriormente nei successivi film della regista: una galleria di personaggi femminili di grandissimo interesse, all’insegna delle difficoltà dei rapporti tra le persone, al punto da essere fondati più sul silenzio che sul colloquio.