“Reminiscences di un viaggio in Lituania” (Usa 1972) di Jonas Mekas

“Ti abbiamo amato, mondo, ma ci hai fatto cose terribili”.

(marino demata) Il secondo lungometraggio di Mekas è costituito dalle Reminiscences filmate di un viaggio nella sua terra natale, la Lituania. Si tratta di un vero e proprio diario filmato, e, come ogni diario che si rispetti, il suo contenuto è costituito da tutta una serie d impressioni, di sensazioni, di persone, oggetti e situazioni che rappresentano il proprio patrimonio personale.
Le Reminiscences sono suddivise in tre parti. Nella prima Makas parla del primo durissimo periodo da immigrante in New York, dal 1950 al 1953, dove era arrivato assieme a suo fratello Adolfas: immagini riprese a Brooklyn assieme ad altri immigrati. I difficilissimi primi tempi in un luogo dove è complicato trapiantare le proprie radici dopo averle rimosse da un luogo molto lontano, dopo la avventurosa partenza dalla Lituania. La seconda parte, che è la più corposa, è costituita dall’insieme delle immagini del ritorno nel suo paese di origine, dell’incontro con la madre dopo oltre 25 anni e con le persone e le cose del suo passato, dei  festeggiamenti per il ritorno suo e di suo fratello: il rivedere i luoghi del proprio passato, la vita nei campi. Il presente della Lituania è debolmente raccontato e solo in funzione dei ricordi del proprio vissuto.
 L’ultima parte ci parla prima del suo soggiorno forzato ad Elmoshon, vicino ad Amburgo, dove, durante la guerra i due fratelli Mekas hanno trascorso un anno in un campo di lavoro. E poi, la parte finale del documentario, riferisce dell’incontro a Vienna con alcuni dei suoi migliori amici. Il film termina con le suggestive e, al tempo, paurose immagini dell’incendio del mercato di Vienna dell’agosto del 1971.
Comi ci dice lo stesso Mekas, nel film “parlo di me stesso come sfollato, dei miei rapporti con la casa, la . memoria, la cultura, le radici, l’infanzia. Ci sono anche alcune canzoni lituane cantate  da tutti i fratelli Mekas”.
Il senso fondamentale che corre lungo tutto il film è quello che si può definire con un semplice parole: radici, cioè in certo senso il filo conduttore di tutto il film. È presente già nella prima parte, quella newyorkese. Siamo nel 1957 e vediamo Mekas passeggiare una domenica mattina in un bosco. Mekas, dopo anni vissuti in America, comincia ad avvertire un senso di appartenenza. Per la prima volta coglie in se stesso la consapevolezza di essere parte di un ambiente. Che gli alberi, la terra e le persone sono anche suoi, sono le sue nuove radici. Rivediamo le immagini di Brooklyn, degli sfollati che non appartenevano a nessun Paese, dopo aver perso il loro: “Ti abbiamo amato, mondo, ma ci hai fatto cose terribili”.

La seconda parte è, come si diceva, la più ampia ed è costituita da 100 brevissimi capitoli, ognuno dei quali è formato da brevi inquadrature, piccole immagini che sono capaci però di raccontare o di essere metafora o simbolo di storie lunghe, di storie, in certo senso, infinite.
Siamo nella zona attorno alla cittadina di Semeniskliai. La settima delle inquadrature è quella ove finalmete Mekas ritrae sua madre, rivista dopo una parentesi lunga venticinque anni; la rivede ancora al lavoro nei campi e a casa. L’ambiente in cui i due fratelli sono vissuti, lo zio che gli aveva consigliato di andare via in occidente, la scuola e la casa. Il tutto fa parte delle sue antiche radici. Ci dice la sua voce fuori campo: “Sono uno sfollato che torna a casa mia, alla ricerca della mia casa, ritorna ai momenti del passato, alla ricerca di tracce riconoscibili del mio passato”.
Le immagini si susseguono con i numeri che le etichettano. E, a mano a mano che andiamo avanti con la numerazione fino al fatidico numero 100, vediamo le immagini che Mekas ha visto ed ha filmato, alla ricerca di nuovo di radici dalle quali è stato violentemente sradicato.
Le immagini si concludono col breve soggiorno a Vienna e con l’incendio del mercato più bello della città. “probabilmente è stata la stessa città che lo ha incendiato. Ora vogliono un mercato più moderno”, dice con una certa amarezza.
Il ricordo, le radici più forti e più salde, lo spaesamento, Il ritorno da un lungo esilio la malinconia che attutisce la gioia di mille incontri che avvengono dopo tanti anni. È un film unico, personale, dalle immagini  spesso tremolanti causate, probabilmente, dalla propria emozione e commentate con voce ugualmente tremolante. È il cinema di Mekas che di nuovo, dopo il suo primo incredibile lavoro, che abbiamo già narrato, ritorna a ritrarre la vita. Quasi senza soluzione di continuità, il cinema abbraccia la vita: Mekas va inconsapevolmente elaborando la sua concezione di cinema, che non è altro dalla vita e dalla realtà, ma con esse si collega e si confonde.

I film di Jonas Mekas recensiti su RiveGauche-Festival:

I fucili degli alberi (1962): https://wp.me/p3zdK0-52Q
Reminiscences di un viaggio in Lituania (1972): https://wp.me/p3zdK0-55E