“Sentimenti vincolanti” -“Holdudvar” (Hung. 1969) di Marta Meszaros

La ricerca di indipendenza di una donna si scontra prima col marito e poi col figlio

(marino demata) Marta Meszaros (ricordiamolo: la prima donna ungherese a girare un lungometraggio), dopo l’esordio che le è valso questo bel primato, si cimenta con i drammi della famiglia borghese. Drammi che sicuramente dovevano covare come i fuoco sotto la cenere in tutti gli anni nateriori al periodo nel quale si svolge il film e che poi esplodono clamorosamente. Questo perché nel periodo anteriore a quello narrato, la famiglia aveva un capo che, con la sua autorità, impediva qualsiasi clamorosa manifestazione di dissenso o di insofferenza. In effetti i film si apre con l’atterraggio di un aereo che porta le ceneri del capofamiglia, e le prime sequenze sono dedicate alle cerimonie al cimitero ove le stesse ceneri riposeranno. Tutto è molto solenne: stiamo parlando di un personaggio di una certa importanza nel sistema di potere ungherese, che doveva avere un ruolo pubblico rilevante. La scomparsa del capofamiglia crea una situazione nuova. La vedova (Mari Torocsik) detestava su marito, al quale interessavano solo le apparenze (fai quello che vuoi ma in silenzio e senza scandali). Ed ora che lui è morto, lei si interroga se sia addirittura il caso di mettere le mani sulla sua eredità. Lei decisamente sembra più interessata alla propria libertà.
In questo viene decisamente contrastata dal figlio (Lajos Balazsovits), che sembra voler assumere, nei confronti della madre, gli stessi atteggiamenti patriarcali del padre. Impone la presenza in casa della sua ragazza (Katia Kovacs), alla quale chiede di portare la madre nella villa di famiglia sul lago e di farle in pratica da carceriera.
La ragazza inizialmente assolve a tale compito per amore del ragazzo. Ben presto però le cose si complicano allorchè la madre dà segni di ribellione, aiutata in questo anche dalle proprie vicine, e poi sembra adattarsi alla situazione.

La sorpresa è che chi non si adatta alla situazione è proprio la ragazza, che, ragionando con se stessa con maggiore freddezza e lucidità, finisce con non approvare l’atteggiamento autoritario del figlio.
Quella relazione così particolare e morbosa è come se mettesse in guardia la ragazza sulle caratteristiche del suo fidanzato, sicuramente poco raccomandabili per una eventuale vita in comune.
E’ un film questo, che può sembrare meno coinvolgente del film di esordio della regista ungherese e forse anche un po’ meno movimentato. Ma i drammi ai quali assistiamo sono drammi interiori che poco si manifestano all’esterno. Non assistiamo, ad esempio, mai ad una vera e propria resa dei conti o ad una discussione vera tra madre e figlio. Tutto rimane all’interno di ogni personaggio. Sarà proprio la ragazza l’elemento di rottura di un sistema che si stava riproducendo patriarcalmente, proprio come nel passato, allorchè il marito era vivo ed imponeva le sue regole,
Il film appare fortemente influenzato dal cinema di Michelangelo Antonioni. Le passioni e i risentimenti covano all’interno di ciascuno dei personaggi, senza trovare sfogo. Quello che resta sono i lunghi silenzi, la non comunicazione, che in realtà è segno di vera e propria cronica incomunicabilità.
E dobbiamo dire, in definitiva, che, in questo tener presente le tematiche del silenzio e dell’incomunicabilità, la regista trova lo spazio ideale per far risaltare il problema della condizione della donna, della sua necessità di trovare modi di vita diversi, al cui accesso la protagonista sarà impedita prima dal padre e poi dal figlio.