“Vera Drake” (UK 2004) di Mike Leigh

Abortire: “un affare di donne” anche in UK negli anni 50. La legge è una, ma i destini sono diversi

(marino demata) Nel 1988 uscì un film di Claude Chabrol che fece scalpore: Un affare di donne era il titolo. La storia si sviluppava durate il periodo dell’occupazione tedesca in Francia e della repubblica di Vichi. È la storia di una donna, Marie (Isabelle Huppert), che aiuta, per mera solidarietà femminile, la propria vicina ad abortire quando il marito parte per il fronte. Come un tam tam si sparge la voce dell’aiuto che la donna può offrire a donne in difficoltà che non potrebbero mantenere il proprio figlio. L’attività diventa presto molto remunerativa, perché ci sono molti motivi, in tempo di guerra, che spingono le donne ad abortire, e questo è facilmente comprensibile. La storia di Chabrol, tratta da fatti realmente accaduti, si trasforma in un dramma senza vie di scampo. Alla fine, verrà applicata, contro Marie, la legge che la condanna alla ghigliottina. Sarà una delle ultime donne ghigliottinate.
Il film che abbiamo citato ha alcuni tratti in comune col film di inglese di Mike Leigh, Vera Drake. Anche qui abbiamo una storia di aborti. Siamo negli anni ’50 e la guerra è finita da tempo. I problemi sociali dell’Inghilterra sono tanti e il regista ce li lascia vedere e intuire. Ad esempio, il pesantissimo problema della mancanza di alloggi lo percepiamo attraverso la coabitazione di generazioni diverse della famiglia della protagonista nella medesima casa. Così come comprendiamo la povertà della famiglia, dalle frenetiche giornate di lavoro di Vera Drake (Imelda Staunton), che va a lucidare gli ottoni in una casa benestante con grande scrupolo e dignità. Ma le sue giornate non si limitano al lavoro retribuito, che serve per tirare avanti  la propria famiglia (il marito lavora presso un’officina meccanica di suo fratello), perché Vera si preoccupa anche del prossimo: a nessuno nega un sorriso, una tazza di thè, o una sistematina al letto di un povero ammalato. La seguiamo, col volto sempre sorridete,  in alcuna delle sue giornate dedicate più agli altri che a se stessa. Un vicino, che vive sempre solo e senza amici, viene da lei inviato a cena. Accetta con ritrosia perché molto timido. Ma a casa di Vera troverà una persona simile a lui: la figlia ugualmente timidissima. I due si promettono l’una all’altra. In pratica Vera ha trovato il marito ideale per la propria figlia.
Mike Leigh ci fa rendere conto dell’ aiuto che lei offre alle donne anche sotto altra forma. Nel film Leigh ce lo fa scoprire quasi per caso: tra le tante cose che Vera fa per il prossimo, c’è anche l’aiuto alle ragazze ad abortire. E lo fa, come al solito, col sorriso sule labbra, senza scomporsi troppo. Non pronuncerà mai la parola “aborto”, ma sempre l’espressione “aiutare le povere ragazze a diventare di nuovo felici”.
Da notare che Vera non prende alcuna ricompensa per questo servizio e che inoltre cerca di farlo nella maniera più pulita possibile, senza alcuno strumento “da macelleria”, per così dire.

Ma quando una delle ragazze aiutate da Vera sta male dopo il suo aborto, le cose cominciano a complicarsi e a precipitare. Negli anni ’50 in Inghilterra l’aborto è ancora un reato e resterà tale per ancora quasi venti anni. La polizia si presenterà all’improvviso a casa di Vera e l’incriminazione non tarderà ad arrivare. La povera donna è imbarazzatissima perché non ha mai detto a nessun membro della sua famiglia di quella sua attività.
Al contrario del film di Chabrol, che è un vero e proprio film di denuncia storica, Vera Drake vuole essere invece una descrizione oggettiva dei fatti. Vera è consapevole di infrangere le leggi, ma aiutare il prossimo è più forte di lei e nessuna ricompensa ne riceve, se non la propria soddisfazione. Al contrario, l’amica che le passa gli indirizzi dove recarsi, si farà pagare dalle donne assistite da Vera.
Ma il racconto di Mile Leigh non è del tutto asettico sul piano della critica sociale e politica. Come sempre in modo soft e quasi “en passant”, il regista introduce una cosiddetta sotto-storia. Ad una ragazza benestante capita di essere sedotta dal proprio ragazzo. Ha bisogno di abortire. La legge lo impedirebbe, ma per chi è ricco non ci sono problemi e le leggi possono essere aggirate. La ragazza si reca in una clinica privata, dove le predispongono una visita psichiatrica: i suoi (inventati) disturbi psichici non le consentono di sopportare la gravidanza. Può dunque sottoporsi ad aborto in clinica senza alcun problema. Non ci sono commenti da parte di nessun personaggio del film, né tanto meno da parte del regista in prima persona. Ma le immagini e i colloqui parlano eloquentemente e dicono della totale disapprovazione di Leigh per le diversità di trattamento, conseguenza delle diversità sociali.
Come spesso nel cinema di Mike Leigh, anche qui c’è sempre una leggerezza nella descrizione dei fatti e nel comportamento dei personaggi. Il regista riesce ad ottenere questi risultati con una tecnica che lascia gli attori impadronirsi ciascuno dei loro propri personaggi e provare per lunghi periodi a incontrarsi e scontrarsi con gli altri attori/personaggi. In questo modo e lasciando grande libertà anche di improvvisazione di fronte alla macchina da presa, Mike Leigh ottiene risultati sorprendenti.
Un discorso particolare merita la protagonista, Imelda Staunton, autrice di una prestazione straordinaria che la porterà fino alla nomina all’Oscar, passando per la Coppa Volpi quale migliore attrice al Festival di V enezia. E qui c’è una curiosità: lo stesso premio aveva ottenuto a Venezia Isabelle Huppert, per il film che abbiamo citato, Un affare di donne, che racconta una storia con molti tratti in comune con Vera Drake.
La macchina da presa di Mike Leigh si incolla al volto della Staunton, sia quando si tratta di scoprirne i tratti di giovialità e di leggerezza, sia quando il suo volto diventa irriconoscibilmente alterato dal dolore e dalla vergogna di aver infranto la legge e di aver tenuto nascosta la sua attività a tutta la sua numerosa famiglia.
Lo studio del volto di Vera e l’espressività di tutti gli altri personaggi, sono lì a manifestare la enorme bravura di Mike Leigh.