“I segreti di Osage County” (Usa 2013) di John Wells

Tratto dal dramma di Tracy Letts, vincitore del premio Pulitzer.

(marino demata)

MUBI

Preliminarmente ci sembra doveroso fare i complimenti alla piattaforma cinematografica di MUBI (https://mubi.com/it), che ci ha consentito di vedere e amare questo film come tanti altri che quotidianamente ci offre. Mubi arricchisce ogni ngiorno le proprie rassegne tematiche o per autore o per periodi, con una presenza di centinaia di film contemporanei o del passato, sempre di grande livello o di grande interesse, dando sempre la possibilità a tutti di vedere il film in lingua originale sottotitolato. La piattaforma, co-fondata dall’Unione Europea col sostegno di Europa creativa, ha come primo punto di approdo il cinema europeo. Ma non viene tralasciato il cinema di qualsiasi altri Paese, come nel caso del film del quale trattiamo questa sera.

Il regista e lo scrittore

Il regista de I segreti di Osage County è John Wells, che solitamente viene ricordato più come un valido produttore esecutivo di molti film, che come regista. La sua regia di questo film è soltanto la seconda, cui ne seguirà un’altra per un mediocre film di carattere culinario. Ma diciamo pure che era il regista che ci voleva per un mostro sacro della scrittura come Tracy Letts, per la trasposizione cinematografica della sua opera teatrale August: Osage County. È trasparente che il grande scrittore, insignito per queto lavoro teatrale del Premio Pulitzer, voleva un regista di non grande personalità e tradizione che si limitasse dunque a svolgere diligentemente il compitino. Quello di girare questo film per il quale aveva provveduto anche alla sceneggiatura e quindi, minuziosamente, ai dialoghi e ai comportamenti degli attori. E Wells non muove una virgola rispetto alla sceneggiatura del grande drammaturgo, che sicuramente non avrà mancato di intervenire anche durante le riprese. Tra l’altro Tracy Letts, poco prima di scrivere la sceneggiatura del suo dramma, si era dilettato nel ruolo di attore ad interpretare George nel dramma Chi ha paura di Virginia Wolf, restando a Broadway per ben 142 repliche, che gli hanno fruttato un altro trofeo da mettere in bacheca: il Tony Award al miglior attore protagonista in uno spettacolo. Stiamo dunque parlando di una persona di straordinario e versatile talento che, per giunta, sembra il tipo che se solo infila un dito nella sabbia, vede zampillare il petrolio.

La storia

Il film inizia con una citazione di T.S. Eliot: “La vita è molto lunga”. La pronuncia fuori campo il mai troppo compianto Sam Shepard, a sua volta grande sceneggiatore e scrittore, che qui interpreta la parte del padre di famiglia, Beverly Weston. In poche battute riesce a darci un’idea della situazione della sua famiglia: “Mia moglie prende pillole. Io bevo.” La storia si svolge in una residenza in campagna in Oklahoma. La scena si apre mentre Beverly sta dando istruzioni ad una nativa americana di nome Johanna (Misty Upham) che lui ha appena assunto col compito di governare la casa. In questo frattempo entra in scena la moglie di Berverly,  Violet (Meryl Streep), che immediatamente irrita il marito con domande inopportune rivolte alla nuova governante: vuole sapere se è indiana e di quale tribù.
Donna dalla battuta pronta e capace di non perdere mai il controllo di qualsiasi situazione, Violet porta i segni del cancro alla bocca che la affligge, con i capelli spelacchiati dalla chemio, apparirà d’ora in poi con una elegante parrucca scura, che avrebbe messo anche in quella occasione se avesse saputo che il marito era in compagnia.
Il film riserva subito un colpo di scena: la scomparsa improvvisa di Beverly, che preoccupa molto l’unica delle figlie che vive in casa, Ivy (Julianne Nicholson), mentre l’unica preoccupazione di Violet sarà quella di precipitarsi in banca per prelevare la cassetta di sicurezza intestata a lei e a marito separatamente.
La notizia della morte, forse per suicidio (lo pensano tutti!), crea le premesse per uno spettacolare arrivo nella casa patriarcale dell’intera famiglia: la figlia primogenita Barbara (Julia Roberts), fuggita da anni in Colorado col suo poeta marito Bill (Ewan McGregor), la terza figlia Karen (Juliette Lewis), a sua volta fuggita in Florida, che arriva in compagnia del suo ultimo fidanzato: una squallida persona. Arriva anche la sorella di Violet (Margo Martindale) e suo marito (Chris Cooper) e il loro figlio (Benedict Cumberbatch).
Saranno gli incontri a tavola a determinare lo svolgimento del dramma, che il più delle volte si tinge di commedia. La tensione cresce soprattutto a causa dei contrasti, evidentemente mai sopiti, tra Violet, dalla lingua sempre tagliente e la primogenita Barbara, l’unica capace di tenerle testa. Le due donne sembrano accomunate dalla stesso destino: hanno entrambe perso il marito, perché al presunto suicidio di Beverly fa da parallelo il disinteresse assoluto del marito di Barbara, Bill, che ormai è come se non ci fosse più.
Le cene sono terreno di battaglia di tutti contro tutti, o quasi; mentre gli incontri sono momenti rivelatori di segreti di famiglia, che includono situazioni estremamente scabrose e veri e propri colpi di scena.

Trailer in lingua italiana

Gli interpreti

Per il personaggio di Violet, sempre pronta alla battuta ironica e tagliente, la verve di Meryl Streep è l’ideale. Conferisce all’implicita drammaticità del personaggio una connotazione umoristica, che le consente di andare anche sopra le righe con grande disinvoltura. Le tiene straordinariamente testa una ispiratissima Julia Roberts, che riesce a mettere da parte molti inutili e pesanti orpelli di altri tempi, con una recitazione equilibrata e malinconica a un tempo, come ad esempio quando si sofferma ad osservare le piatte pianure di Oklahoma e si lascia andare ad un breve soliloquio. È un personaggio che sembra, meglio della madre, accettare con serenità e filosofia quello che di brutto la vita le ha riservato. E le sono estranee le invettive e le esternazioni violente proprie del personaggio della madre. Nel resto del cast, che è veramente di grande livello, ai nomi illustri non viene dato molto spazio per mettersi in mostra. Diciamo che a turno hanno la possibilità di prendersi la scena. Ma si tratta di momenti brevi e di situazioni di contorno o di sottotrame, come si dice in gergo. È troppo difficile imporsi a tal punto da togliere la scena ai due mostri sacri, la Streep e la Roberts di questo film. Ma tutti gli altri attori, visti nel loro complesso, costituiscono una squadra di grande valore e penso che questo volesse Tracy Letts, assecondato dal regista: un gioco di squadra e interventi a turno, senza che nessuno di loro potesse competere con le due attrici principali. Anche quando arriva il colpo di scena finale, che darà occasione ad alcuni di loro di mettere in mostra le proprie innegabili qualità.

Conclusioni

Dramma e film si collocano, all’interno del panorama cinematografico degli anni 2000, con grande brillantezza, simbolo e metafora di un forte risveglio culturale di questa prima parte del nuovo millennio.
Le scelte, anche tecniche, operate nel film sono di prima qualità e giustificano  pienamente la voglia di Letts di trasformare il suo lavoro teatrale in un film. Poi si potrà discutere se il film tiene il passo del lavoro, al quale si ispira con grandissima fedeltà, o se possa essere collocato un gradino più sotto. Forse quello che a noi manca per esprimere un giudizio definitivo è il non limitarsi a leggere il dramma, ma il vederlo in scena. Magari a Broadway!