“Studio 54” (Usa 2018) di Matt Tyrnauer

Storia di un locale col quale si voleva “intaccare l’universo” e “cambiare il mondo”.

(marino demata)

Il regista

Matt Tyrnauer è un regista specializzato nel documentario. Ne ha girati una decina, tra i quali ricordiamo Valentino, l’ultimo imperatore, che vede al centro della riflessione e delle immagini il grande stilista. Recentemente è stato anche autore, sempre come documentarista, di due serie TV, Home e The Reagans.
Ma il documentario di cui parliamo questa sera, sul celeberrimo Studio 54, è veramente favoloso ed esilarante. Il regista riesce a prenderci per mano e a riportarci nel locale più famoso d’America nel suo periodo di grandissimo splendore, dove anche i più famosi divi dello schermo e, in genere, dello spettacolo, ambivano a trascorrere una serata.

I due protagonisti

I due artefici di questo miracolo si chiamavano Steve Rubell e Ian Schrager. Due ragazzi provenienti da una famiglia modesta di Brooklyn, che si erano conosciuti all’epoca della Syracuse University e che erano diventati amici per la pelle, anche perché avevano fin dall’inizio imposto alla loro amicizia alcune regole ferree. Cioè di essere solidali nelle iniziative e negli affari, ma di essere a un tempo del tutto indipendenti e autonomi sulle questioni personali. Steve infatti era omosessuale, ma questo non intacca per nulla la loro forte amicizia. Nel film a ricordare quei tempi è Ian Schrager, perché Steve Rubell era morto per complicazioni derivanti dall’AIDS, la vera peste di quei tempi. I due giovani avevano in comune un sogno ed una ambizione: fare qualcosa di veramente grande, di fuori dall’ordinario. Schrager dice che volevano “intaccare l’universo” e “cambiare il mondo”. Non c’è alcun dubbio che si siano riusciti!

Il club

I due giovani riuscirono ad ottenere un prestito e acquistarono un edificio molto malandato in una zona malfamata e fuori mano rispetto alle zone più frequentate di Manhattan. Si dettero da fare con le idee chiare: la struttura e la divisione degli spazi doveva assecondare il progetto che essi avevano. Creare il regno della libertà totale dove tutti gli ospiti potessero fare quello che volevano, senza alcuna limitazione o restrizione. Per questo tipo di filosofia il locale fu visto da molti sei frequentatori come il punto si arrivo di un decennio di lotte per la libertà, per il trinomio “sesso, droga e rock and roll”, e più in generale per la libertà nel pensiero e nell’azione di ciascun individuo. Lo stesso Tyrnauer è esplicito su questo punto, perché dedica una parte del documentario a dimostrare che il merito dei due creatori di Studio 54 è stato quello di sintonizzarsi con i tempi: i giovani contestatori volevano godere dei frutti di tante battaglie, sotto forma di liberazione sessuale e personale. Ian Schrager dice ad un certo punto che l’atmosfera di Studio 54 era sovversiva, perché entro quelle mura ciascuno era libero di fare quello che voleva. Era dunque un’oasi rivoluzionaria e uno schiaffo al perbenismo delle generazioni borghesi.

L’entrata allo Studio 54 sotto controllo

Solo così si spiegano le folle che ogni sera stazionavano fuori del locale sperando di poter entrare. Se al suo interno l’ambiente era totalmente permissivo e nulla veniva vietato, all’esterno la situazione era diversa. Uno stretto e rigoroso sistema di sorveglianza e di “buttafuori”  creava una ferrea selezione del pubblico ammesso in sala. Le personalità del mondo dello spettacolo non dovevano trovare all’interno nessuna spiacevole sorpresa. Tutto riuscì in tal modo, ad essere sotto controllo.

Gli ospiti illustri

I due giovani avevano creato veramente qualcosa di gigantesco e di importante. La lista degli ospiti illustri è enorme.  C’erano accaniti frequentatori, come Liza Minnelli, e chi, almeno una volta alla settimana, pensava di poter fare una capatina, come Andy Warhol, Jack Nicholson, Al Pacino, Elton John, John Lennon, e poi stilisti, artisti, musicisti, ecc.

La fine del miracolo

La gloria però durò solo tre anni. Il limite del miracolo che era stato creato consisteva nella superficialità dei due fondatori nel curare le questioni legali e amministrative. Addirittura, ai primi tempi e per un lungo periodo non si erano preoccupati di procurarsi la licenza per la vendita degli alcolici!  Per rimediare facevano ricorso a dei catering, come se avessero dovuto celebrare un matrimonio ogni sera. Ma la cosa più seria riguardò il mancato pagamento delle tasse sugli enormi profitti che venivano ricavati dalle serate. Le ispezioni nel locale da parte dell’Agenzia delle entrate portarono alla scoperta di ingenti quantità di danaro contante nel sotto soffitto dello scantinato. I due amici furono condannati e costretti a trascorre mesi in prigione. Era la fine del sogno. Studio 54 chiuse e fu venduto. Ci fu un tentativo, all’uscita dal carcere dei due fondatori, di aprire un nuovo club, che non ebbe il successo sperato. La storia di Studio 54 era unica e irripetibile.

La copertura della stampa

Un fenomeno indotto dal successo di Studio 54 fu lo sviluppo di una certa stampa, che fu quasi obbligata a garantire una copertura quasi quotidiana di quello che accadeva all’interno del locale e soprattutto delle gesta dei rinomati ospiti. E gli articoli continui che a stampa pubblicava, ancora di più alimentavano il desiderio di tutti di poter dire “io ci sono stato.

L’ombra del reaganismo

Il film si chiude con una certa malinconia, che si trasmette direttamente agli spettatori. Diciamo la verità: se, come è stato giustamente affermato dal regista Matt Tyrnauer, il successo del locale è stato un po’ il punto di arrivo di un decennio di lotte giovanili per la libertà e l’emancipazione, la sua chiusura e il suo finale poco glorioso ci danno anche la misura della fine di quelle lotte e di quell’entusiasmante periodo. 
L’ombra del reaganismo già si delineava con chiarezza nell’America degli anni ottanta ed un fenomeno strabiliante come Studio 54 non avrebbe mai più potuto ripetersi.

Film in programmazione su MUBI:
Studio 54 (2018) | MUBI