“Lo scafandro e la farfalla” (Fr, 2007) di Julian Schnabel

Locked-in: un uomo vivo chiuso dentro di sè senza poter comunicare con l’esterno

(marino demata) Questo film è visibile ancora per pochi giorni sulla piattaforma di MUBI in lingua originale sottotitolata in italiano ( https://mubi.com/it/ ). E’ anche visibile sulla piattaforma Prime Video di Amazon
(Prime Video ), ma soltanto nella versione doppiata in italiano.

Il regista

Julian Schnabel è un regista americano, nato a Brooklyn nel 1951. Prima di mettersi dietro la macchina da presa, è stato protagonista di rilevanti attività artistiche e, innanzitutto, pittoriche. Ben presto si è guadagnato un nome ed una fama per le sue opere, oggi esposte in gallerie d’arte di tutto il mondo. Non è un caso che il suo primo film, Basquiat, è dedicato a Jean Michel Basquiat, alla sua attività artistica e alla sua breve vita. Per il suo ultimo film, Van Gogh, ha voluto Willem Dafoe come interprete del grande artista.
la curiosità è che, sempre nel film Van Gogh, Schnabel ha utilizzato una parte del cast francese del film di cui parliamo qui stasera, Lo scafandro e la farfalla: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Anne Consigny. Che è un film interamente girato in francese.

La storia

Lo scafandro e la farfalla è tratto dal romanzo autobiografico del giornalista francese Jean-Dominique Bauby, pubblicato nel 1997 e quindi riferisce di una vicenda realmente accaduta. Bauby è stato vittima di un improvviso e imprevedibile ictus cerebrale: a quell’epoca era l’editore di una importante rivista di moda, Elle. In uno dei flashback del film, viene riportato il momento dell’ictus: Bauby (Mathieu Amalric), fiero della sua nuova auto a due posti, passa per la casa della sua ex moglie, Celine  (Emmanuelle Seigner) , saluta i tre figli e porta con sé il primogenito a fare un giro nella sua nuova auto. La macchina da presa segue il percorso e si allontana nel momento in cui si vede l’auto fermarsi improvvisamente:  il figlio scende urlando dalla macchina e chiede soccorso.
Schanabel affida ai fleshback il compito di mostrarci la vitalità e la gioia di vivere di quest’uomo prima che l’ictus lo colpisca.
D’altra parte, il film, fin dall’inizio, ci accompagna nell’abisso nel quale improvvisamente di ritrova precipitato Bauby: l’incipit è il risveglio dal coma. Che è risveglio solo parziale. Molte parti del corpo sono paralizzate; può vedere solo con l’occhio sinistro, perché il destro è in cattive condizioni e gli vengono chiuse le palpebre con ago e filo. Le labbra immobili da un lato e sembrano pendere in giù. È un prigioniero nella sua mente. Si chiama la sindrome “locked-in”. Incapace di parlare e di muoversi. E’ una situzione che ricorda un po’ quella magistralmente resa da Javier Bardem nel film di  Alejandro Amenábar, Il mare dentro.

Il miracolo del cinema

Il cinema riesce spesso a compiere grandi miracoli. È il caso di questo film. Per tutta la prima parte noi spettatori non vediamo Amalric, il bravissimo attore che interpreta Bauby, ma vediamo… quello che lui vede. In termine tecnico si dice “girare in soggettiva”. E allora il miracolo è che noi tutti siamo l’unico occhio sano di Bauby/Amalric e vediamo le cose che vede o non vede lui, prima confusamente, solo dei lampi colorati e colori sfumati, sagome quasi mostruose o forse paradossali. Quell’occhio, e i nostri occhi, si sforzano di “mettere a fuoco” le immagini esterne. E piano piano ci riescono. È il suo/nostro primo successo. O, se volete, il primo miracolo. In tutta questa fase, girata in soggettiva, possiamo ben affermare di non assistere ad un film, ma di esserci calati in un’esperienza. Un’esperienza unica. Forse anche un po’ inquietante, che sicuramente ci spiazza tutti.
Un altro organo di senso, l’udito, entra in azione. A noi tutti, spettatori inermi e paralizzati nel letto di ospedale, viene data l’opportunità di ascoltare quello che i medici dicono. Essi si pongono degli interrogativi. Bauby/Amalric riesce a sentire e risponde. Ha una sua vitalità. Ma nessuno riesce a sentire le sue parole. E questa forse è una delle immagini più struggenti: la voglia di comunicare, il credere di  poterlo fare e la disillusione di fronte alla constatazione che le proprie parole non arrivano a destinazione.
È un momento questo che ti obbliga a riflettere sulla necessità e importanza della comunicazione e che senza comunicazione è un bel pezzo della tua vita che va via.

Trailer in lingua italiana

La comunicazione

E questa storia, l’intero film, è tutta una ostinata ricerca, da parte del protagonista, di trovare un mezzo di comunicazione. Con l’aiuto del personale medico, delle assistenti specializzate proprio in questo, Bauby riesce a riconquistare il mondo della comunicazione. La logopedista (Marie-Josée Croze) crea un nuovo alfabeto mettendo in fila lettere e vocali a partire da quelle più usate. Le dice a Bauby, che farà un battito di ciglia allorchè viene pronunciata la lettera che gli serve per formare la parola che vuole esprimere. Nasce la comunicazione attraverso i continui battiti di ciglia. La assistente e l’ammalato diventano presto bravissimi nel trovare una precisa sincronizzazione. Fino a che punto? Sembra incredibile: in una delle scene finali, con fierezza i medici mostrano a Bauby il libro appena uscito, che lui ha scritto con i suoi battiti di ciglia. Dal titolo Lo scafandro e la farfalla, da lui stesso scelto.

Un momento toccante


E’ difficile individuare un momento del film più toccante di un altro. Personalmente ho provato una grande emozione allorchè il vecchio padre (Max Von Sidow) parla a telefono, con l’intermediazione della assistente, con Bauby. Perché non è la disperazione alla quale siamo abituati quando vediamo una scena di una persona che piange un compagno o un amore morto. Bauby non è morto, ma in certo senso lo è. Questa è la disperata anomalia della situazione. Il padre vorrebbe sentire la voce del figlio al telefono, ma non può sentirla. Eppure, Bauby è ancora vivo.  Forse solo un grandissimo attore come Max Von Sidow, scelto per interpretare il padre, poteva rendere appieno la strana, inusuale drammaticità di quel momento.
Ho letto, a questo proposito, una vecchia recensione di Peter Bradshaw del Guardian. Il giornalista inglese confessa di aver pianto alla visione di questo film. Un pianto liberatorio, che ha avuto il suo momento più acuto proprio durante la scena del padre a telefono. Bradshaw conclude: “Piangere durante un film è una strana esperienza narcotica. Dopo averlo fatto, ho spesso camminato per le strade in una sorta di delirio strano, felice. Forse i film tristi sono l’equivalente cinematografico dell’assenzio”.

Un grande attore: Mathieu Amalric e Ismael

Mathieu Amalric si conferma uno dei migliori attori francesi del 2000.E’ un attore versatile cheè capace di dare i meglio di sé nelle situazioni più disparate. Non è molto bello, neanche alto. Ma è di una bravura difficilmente comparabile. Io invito i nostri lettori a leggere (o rileggere) l’articolo che abbiamo scritto a proposito di un film uscito dieci anni dopo di questo. Parliamo del film di un regista francese da qualche anno molto stimato e affermato, Arnaud Desplechin. Il film è I fantasmi di Ismael (se cliccate sul titolo vi compare l’articolo). In quel film Amalric interpreta un regista che sta girando un film. Lo spettatore si accorgerà più tardi che il film a cui sta assistendo non è il film promesso dal titolo, ma un film nel film, cioè quello che il protagonista stava girando nella prima sequenza. Si tratta insomma di un film nel film. Ovvero, se preferite, di un film su un film. E, in tutto questo, Mathieu Amalric, è il caso di dire con una battuta forse un po’ perversa, ma sdrammatizzante, questa volta non batte un ciglio. Lo ammiriamo in una interpretazione disinvolta, piena di verve anche nelle situazioni più imbarazzanti (il ripresentarsi di una moglie che lo aveva lasciato venti anni prima). So che non è elegante citare se stessi, ma vorrei fare un’eccezione. Di lui abbiamo scritto per la parte di Ismael: “L’interpretazione nervosa e scattante di Mathieu Amalric rende fin in fondo il personaggio, che scrive di notte per evitare di esser perseguitato dagli incubi e dai suoi fantasmi: è un personaggio difficile, perché il rischio del grottesco è dietro l’angolo, ma Amalric lo rende totalmente credibile e verosimile nel suo perpetuo parossismo”.

Riconoscimenti

Lo scafandro e la farfalla ha vinto due Golden Globe per il miglior regista e quale migliore film in lingua diversa dall’inglese. Ha avuto anche quattro nomination all’Oscar e un numero incredibile di premi in tutto il mondo. Tra questi, il premio alla miglior regia al Festival di Cannes.