“State of play” (Usa 2008) di Kevin Macdonald

Omicidi brutali: OK per giornali in crisi.

(marino demata) Il film può essere visto su Netflix (https://www.netflix.com/) per gli abbonati o su youtube, ove può essere noleggiato (State Of Play – YouTube)

Il regista

Courtesy of Rotten tomatoes

Quando in America avranno letto il nome del regista di questo film made in Usa, Kevin Macdonald, qualcuno si sarà chesto: ma chi è questo? La verità è che State of play è il primo film che il regista gira in America. Ma i suoi meriti se li è conquistati in Scozia, la sua terra natale, dove gira un documentario nel 1999, Un giorno a settembre, che nel 2000 vince il premio Oscar per il miglior documentario! E successivamente, nel 2006, gira un film che avrà grande successo, L’ultimo re di Scozia.
Per la sua avventura americana dispone di tre ottimi sceneggiatori, Tony Gilroy, Billy Ray, Matthew Carnahan e di una storia, che Macdonald deve conoscere molto bene, perché deve aver seguito, come quasi tutti i cittadini della Gran Bretagna, la serie di totali sei ore mandata in onda a puntate dalla BBC dallo stesso titolo, The state of the play. Pensare di girare in un film di due ore una storia che ha appassionato tutti in sei ore è un indizio che Macdonald è un regista molto coraggioso. E il coraggio ha pagato, perché siamo di fronte ad un bel film, ben diretto e con ottimi attori. C’è un solo difetto di cui parleremo alla fine.

La storia

Sintetizzare in due ore una storia che si sviluppa appassionatamente in sei ore è un compito difficile. Descriverla poi in una decina di righe già mi ha provocato i sudori freddi. Proviamoci. Il film si apre nel modo migliore per essere un thriller. In una notte di pioggia, in un vicolo di Washington, un uomo, armato di pistola, commette un omicidio. Anzi due, perché spara anche ad un testimone oculare. Quest’ultimo resta gravemente ferito e, malgrado sia scortato da vari poliziotti nella camera di ospedale, viene ugualmente freddato. Ai margini di questo duplice assassinio c’è la morte di una donna che finisce sotto la metropolitana. Incidente? Suicidio? Omidicio?
Un deputato, Stephen Collins (Ben Affleck) sta conducendo una ricerca su una società di sicurezza privata, la PointCorp. È una società che si sta insinuando nei gangli dello Stato e in particolare del Ministero della difesa. Mentre dirige una riunione con i suoi collaboratori, Collins apprende della morte della donna e  piange in diretta. Apprendiamo in tal modo  che la donna era la sua segretaria (e amante), e che le morti hanno a che vedere, in qualche modo, con la Point Corp. Come incipit non è male. Ma il meglio deve ancora venire, perché del caso decide di occuparsi un giornalista vecchia maniera, Cal McAffrey (Russell Crowe). Il suo personaggio è degno degli eroici redattori/investigatori del Il caso Spotlight, un film che uscirà qualche anno dopo del film di cui stiamo parlando oggi.

Trailer in italiano

Omicidi brutali: OK per giornali in crisi.

Il giornale è il Washington Globe (nome immaginario); ma a Washington tutti noi ricordiamo il Washington post, tuttora florido quotidiano, e il film che abbiamo amato, Tutti gli uomini del presidente, e il caso Watergate che portò alle dimissioni di un Presidente degli Stati Uniti. Erano altri tempi. I giornali erano in auge, non avevano la concorrenza del web come ora, erano veramente il “Quarto potere”. State of play ci rammenta che la stampa negli anni 2000 è in crisi profonda. Basta assistere ai duetti collerici tra la Direttrice della testata, Cameron Linne (una sempre in gamba Helen Mirren), e Cal, rappresentante di una razza forse in estinzione: il giornalista/investigatore alla ricerca della verità. Cal è anche aiutato da una giovane blogger (Rachel McAdam) con la quale intrattiene veloci scambi di battute.  È una sotto-storia che potrebbe avere qualche sviluppo, ma due ore, rispetto alle sei della BBC sono troppo poche. Fatto sta che la Direttrice della testata è lì per ricordare a Cal e a tutti i redattori che o si scrivono cose clamorose e si vendono più copie, o si chiude. È un’alternativa secca. Sbrighiamoci, pubblichiamo qualcosa. Dopo tutto gli omicidi brutali sono Ok per i giornali in crisi. Ma bisogna sbatterli in prima pagina, senza andare troppo per il sottile. Ma Cal si oppone. Non vuole rovinare tutto: si sente vicino alla soluzione del caso e non vorrebbe compromettere tutto per vedere più copie.

Il lavoro degli attori

A reggere quasi totalmente il peso del film è sicuramente lui, Russell Crowe, che crea un altro dei suoi personaggi a tutto tondo, direi quasi perfetto. E, fortunatamente, gran parte del film si sviluppa proprio dalle sue parti: il giornale, le indagini, le liti con la Direttrice e i duetti con la Blogger. Dall’altra parte l’inespressività di Ben Affleck sta diventando proverbiale. Non ricordo dove ho letto che se il volto di Ben Affleck fosse ritratto in una scultura nella roccia, si stenterebbe a capire quale è l’originale! Anche Robin Wright Penn, che è comunque una fior di attrice, e che forse avrebbe meritato maggiori successi, fa un figurone nel ruolo della moglie tradita da Affleck. A suo merito ha il ricordo di una antica storia con Cal e la nobile decisione di ricomporre il matrimonio col deputato Stephen Collins.

Un bel film, ma…

Alla Direzione del giornale si vorrebbe urgentemente la pubblicazione di qualche pezzo dell’indagine che sta conducendo Cal. Parliamo dunque degli omicidi! Va ripetendo: Dopo tutto i brutali omicidi sono ok per la stampa in crisi. Ma Cal resiste e nel cuore della notte trova la soluzione del caso, che mi guardo bene dal riferire, ovviamente. Ma quello che non si può fare a meno di riferire è l’idiozia del quarto d’ora finale del film, che rappresenta il punto debole di tutta le storia, fino a quel momento veramente ben costruita e meritevole di ammirazione, al punto da non sfigurare al confronto con la serie della BBC. Come si può concepire che ben tre sceneggiatori di prima fascia, più un regista premio Oscar e comunque bravo, possano essersi avventurati in una parte finale del film così insulsa e lontana dal verosimile. E lontana, per giunta anni luce dalla bellissima prima parte del film, veramente adrenalinica e piena di momenti emozionanti. Io vorrei avere un confronto (o un conforto) con qualche amico lettore che abbia visto questo film, che è tuttora visibile su Netflix (https://www.netflix.com/) , perché mi spieghi se ho ragione a parlare di idiozia, o ho torto e magari nell’ultimo quarto d’ora ero in preda ad una profonda crisi di sonno. Mah.

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