La condanna del consumismo: “Due o tre cose che so di lei” (Fr. 1967) di Jean-Luc Godard

Il consumismo induce ad acquistare il superfluo e l’inessenziale

(nicola raffaetà)  Due o tre cose che so di lei è stato scritto e diretto da Jean-Luc Godard nel 1967, stesso anno in cui gira La Chinoise e Week end-Una donna e un uomo da Sabato a Domenica. Come altri suoi lavori, come, ad esempio, Questa è la mia vita e Il Maschio e la Femmina, che, partendo da un’indagine giornalistica, costruiscono tutta la loro narrazione attraverso il reportage sociologico e la fiction, anche in Due o tre cose che so di lei emerge la complessità della nuova vita parigina degli anni ’60.

La condana del consumismo

Molti Paesi europei, tra cui l’Italia, stanno vivendo proprio in quegli anni una profonda trasformazione: la vita sociopolitica sta cambiando i  costumi e l’intera nazione si sta trasformando, o addirittura si è già trasformata, in una società completamente consumista. La principale critica che fa Godard al nuovo uomo consumista è di essersi reso dipendente da desideri indotti, del tutto  inessenziali, che lo rendono schiavo. L’uomo giustifica questa smania di consumo con il fatto di non esserci abituato: non è abituato alla corrente elettrica, quindi la consuma molto più del necessario, non è abituato all’acqua calda, quindi ne consuma molto più di quanto effettivamente ne abbisogna, e arrivano poi i conti, le bollette che, senza via di scampo, ti obbligano a dover lavorare come un automa per guadagnare sempre più denaro. Che viene speso anche in cose più superflue per un cittadino della classe media o anche operaia, come ad esempio un giacchetto alla moda o una pelliccia.

Una giornata a Parigi

Tutta la storia gira attorno a una famiglia costituita da padre, Robert Janson, madre Juliette Janson e figlia. In realtà tutta la trama gira attorno a Juliette che  è seguita per 24 ore dalla macchina da presa che mostra la sua giornata nella città di Parigi, che, a tutti gli effetti, è  l’altra protagonista del film. Infatti, il LEI del titolo si riferisce sia a Juliette sia a Parigi, città in profonda trasformazione urbanistica e sociale.  Noi  non vediamo le classiche vedute parigine, come la Senna o la torre Eiffel, ma un nuovo quartiere interamente in costruzione dove la protagonista si aggira.  A inizio film, come a voler rafforzare l’idea di trovarsi di fronte a un film-saggio, Godard ci presenta la sua attrice, Marina Vlady, e poi il ruolo che la donna interpreta, Juliette Janson.

Entro le mura domestiche

 Immediatamente poi ci getta all’interno delle mura domestiche presentandoci la famiglia. Mentre Juliette fa le faccende, Robert assieme a un suo amico ascolta un notiziario alla radio. E Godard fa dire al cronista che Johnson, il Presidente degli Stati Uniti, ha bombardato prima Hanoi (Vietnam), poi Pechino e infine Mosca!  Subito parte la denuncia politica nei confronti dell’imperialismo e dell’aggressività americana:  emergono le posizioni marxiste di Godard che espliciterà ancor di più nelle sue opere successive, Week end e in particolare La Chinoise con cui chiuderà il suo così detto primo periodo, aprendo le porte a quello del militantismo politico e alla fondazione del Gruppo Zdiga Vertov.

Il nuovo modello di esistenza

A partire dal giorno seguente, l’attenzione di tutta la narrazione è per Juliette che porta la figlia all’asilo. In realtà è un appartamento in cui un vecchio signore guarda i bambini lasciati a lui dalle famiglie e che nello stesso tempo affitta camere alle coppiette. La stessa Juliette utilizza una di queste camere, perchè si prostituisce per avere il denaro per comprarsi un nuovo abito di cui, a conti fatti, non avrebbe bisogno. Sempre per futili motivi consumistici, Juliette segue un’amica in un hotel per un ménage à trois con un giornalista americano inviato a Saigon, e che feticisticamente le fa camminare le due donne avanti e indietro nella camera con la testa infilata in delle borse della TWA fotografandole. Nel frattempo, il marito incontra in un Caffè una giovane ragazza con cui si intrattiene a parlare di sesso e linguaggio.
La pace americana è vista come un super economico lavaggio del cervello: si sono già gettati i semi delle multinazionali che dettano legge distruggendo l’economia nazionale, attuando, con la pubblicità, la disintegrazione sociale e la costruzione del nuovo modello consumista di esistenza, in cui il debito è una cosa normale della vita.

La scena della tazza di caffè.

. Il Godard di allora era molto diretto nella denuncia del potere costituito, ma aveva già in sé il seme dei film degli ultimi anni, da Film Socialisme (Fr. 2010), passando da Adieux au langage fino all’ultimo indiscusso capolavoro, Le Livre d’Image, in cui cerca di costruire, partendo dalla decostruzione stessa e dalla distruzione, un nuovo linguaggio. Esso dovrà servire sia da comunicatore di denuncia sociopolitica, sia da punto di riferimento verso un’evoluzione anche spirituale dell’essere.  Si tratta di  una consapevolezza che all’epoca, il 1967, lo stesso Godard ancora non aveva in toto, ma di cui ne troviamo il seme nella famosissima e bellissima scena della tazza di caffè: la schiuma del caffè, che si muove vorticosamente dentro la tazzina grazie a un cucchiaino che le ha dato vita, sembra quasi ipnotizzare lo spettatore, imitando per inerzia la forma della via Lattea, e  dando vita a una visione cosmica, con la voce dello stesso Godard che recita “Dio creò il cielo e la terra, certo, ma è un po’ troppo comodo e facile. Si deve poter dire meglio. Dire che i limiti del mio linguaggio sono quelli del mio mondo, e che parlando io limito il mondo.”   

Web site: https://tommasolagi.it