Immigrazione e ricerca di nuove radici: “Lost, Lost, Lost” (Usa 1976) di Jonas Mekas

Il “cinema accentato” di Mekas, che, come tutti gli immmigrati, è diviso tra culture diverse.

(marino demata) Anche Lost, Lost, Lost fa parte della selezione dei film di Jonas Mekas meritoriamente presente nello straordinario catalogo di Mubi: https://mubi.com/it . Questo è il terzo film di Mekas che noi recensiamo, dopo I fucili degli alberi e Reminiscences di un viaggio in Lituania. Quest’ultimo è stato il commovente omaggio, oltre che a sua madre e alla sua famiglia, alla sua terra, nella quale ha voluto ritornare dopo oltre venti anni di assenza. Lì ha girato il materiale e il suo commento, spesso emozionato e commosso.

Lituani a Brooklyn

La prima parte di Lost, Lost, Lost è girata a Brooklyn dove Mekas viveva. Da oltre dieci anni era entrato in contatti con le avanguardie cinematografiche di New York e con alcuni centri importanti di esse, come il giornale Village Voice, che prende il nome dal Greenwich Village, ma che divenne uno dei giornali più seguiti della città, soprattutto da parte degli innovatori in tutti i campi, compreso quello cinematografico.
Mekas aveva, sul Village Voice, una rubrica di cinema. La sua vicinanza al cinema innovativo e alle avanguardie lo avevano portato a fondare nel 1962 la Cooperativa dei Cineasti e nel 1964 la Cineteca dei Cineasti. Dunque, nel 1976, l’anno nel quale fece uscire Lost. Lost, Lost, Mekas aveva già acquisito cultura ed esperienza cinematografiche.
Da Brooklin ci riferisce della comunità Lituania e dell’impegno (spesso lotte) per la difficile integrazione.

Film sull’emigrazione

Con Lost, Lost, Lost – almeno nella prima parte – ci rituffiamo nei primi anni dell’esilio americano. Infatti. il film copre il periodo dal 1949 al 1963. C’è una sofferenza nella prima parte, che è dei lituani in esilio, e che è totalmente la stessa sofferta esperienza di Mekas. A differenza dei primi due film, il commento di Mekas è molto più riservato, a volte asciutto, In qualche momento sembra che egli voglia delegare alle sole immagini il compito di trasmettere il suo messaggio. Che è un messaggio di esilio e di solidarietà con l’intera comunità lituana esiliata. In tal modo, tutta la prima parte è intrisa di malinconia e i pochi cenni che si concede Mekas sono note di pessimismo e di tristezza.
Il film di Mekas, per tutta la prima ora, allorchè ci mostra, tra l’altro la solitudine del passeggiare nelle strade innevate di New York nei giorni di Natale è il film sull’emigrazione più vero e più toccante della storia del cinema.

Forse solo chi è immigrato può capire.


Quattro sono gli anni trascorsi in mezzo alla comunità di esilio lituana a Williamsburg, un periodo che iniziò con una forte fede nel “mito del ritorno” in patria, e terminò con la schiacciante consapevolezza che questo non sarebbe mai avvenuto.
Certo non possono non venire alla mente le migliaia di immigrati che arrivano nel nostro Paese, e in altri luoghi del Mediterraneo, in fuga dal disastro delle guerre. Oppure da quella guerra permanente che è la miseria e la cieca disperazione. Mekas dà voce, immagini e dignità agli immigrati. Invece per noi, qui, essi sono senza voce. Avete mai sentito un immigrato nel nostro Paese raccontare la sua storia? E, soprattutto, c’è qualcuno a cui possa realmente interessare?

Ricerca di nuove radici

Quattro sono gli anni trascorsi in mezzo alla comunità di esilio lituana a Williamsburg, un periodo che iniziò con una forte fede nel “mito del ritorno” in patria, e terminò con la schiacciante consapevolezza che questo non sarebbe mai avvenuto.
Certo non possono non venire alla mente le migliaia di immigrati che arrivano nel nostro Paese, e in altri luoghi del Mediterraneo, in fuga dal disastro delle guerre. Oppure da quella guerra permanente che è la miseria e la cieca disperazione. Mekas dà voce, immagini e dignità agli immigrati. Invece per noi, qui, essi sono senza voce. Avete mai sentito un immigrato nel nostro Paese raccontare la sua storia? E, soprattutto, c’è qualcuno a cui possa realmente interessare?

Immigrazione e ricerca di nuove radici

La seconda parte del film offre la prospettiva di importanti eventi consolatori per il regista. Ad alcuni di essi lui dà, giustamente, una grandissima importanza. Si tratta del trasferimento a Manhattan, del suo lavoro di critico cinematografico, dei suoi rapporti con le avanguardie del cinema e dell’arte, che ben presto lo adoreranno. Siamo negli anni ’60 e Mekas riesce a cogliere il senso profondo del tempo che sta vivendo, in compagnia di artisti e registi di Lower Manhattan. E’ passato il momento più buio e disperante dell’esilio. Mekas ha raggiunto la consapevolezza che le lancette dell’orologio non si lasciano mettere all’indietro. Lui ne ha preso atto: la sua, d’ora in poi, sarà insieme immigrazione e ricerca di nuove radici.

Girish Shambu, critico cinematografico indiano

Mettere nuove radici non è impresa di poco conto. C’è un bellissimo excursus sul cinema dell’emigrazione da parte di chi ha vissuto questa dolorosa esperienza: parliamo di Girish Shambu, arrivato a New York da un Paese molto diverso, rispetto a Mekas, l’India. Leggendo le sue pagine mi rendo conto che capire il fenomeno dell’immigrazione in tutti i suoi aspetti e, di conseguenza, comprendere fino in fondo le immagini di Mekas, è pienamente possibile solo da parte di chi questa esperienza la ha vissuta e la ha interiorizzata nel profondo del proprio animo.

Chaplin regista immigrato

Shambu ci richiama alla mente il grande film di Chaplin, The immigrant. Chaplin gira questo film quattro anni dopo il suo arrivo, da immigrato, a New York. E nel film troviamo tutta la sua dolorosa esperienza. Dalla scena umoristica della visione della Statua della Libertà, si passa ai controlli doganali, dove gli immigrati vengono trattati come animali. Per inciso, di questo film si è occupato anche il Maccartismo, che lo ha giudicato antiamericano, costringendo Chaplin all’esilio nel 1952.
In generale, dice Shambu, la coscienza dell’immigrato è assai diversa da tutte le altre coscienze, perché è una coscienza divisa tra culture diverse. E afferma che lo studioso Hamid Naficy ha coniato un termine utile, “cinema accentato”, per descrivere opere di registi che sono esuli, migranti o persone diasporiche. Si tratta di film segnati da una “doppia coscienza” che si trova divisa tra culture diverse”.
E non c’è cinema più “accentato” di quello di Mekas nelle sue prime opere.

Film di Jonas Mekas recensiti su Rive Gauche – Film e Critica

I fucili degli alberi (1962)
Reminiscences di un viaggio in Lituania (1972)
Lost, Lost, Lost (1976)

Website: https://tommasolagi.it