La regista Helke Sander ci porta in un cantiere:DAI RAPPORTI DI GUARDIE DI SICUREZZA & PATROL SERVICES N.1 (Ger. 1985)

La storia vera di una madre e i suoi due figli in cima ad una gru.

(marino demata) E’ un film corto di appena 11 minuti, ma di straordinaria essenzialità. Riusciamo a conoscerlo grazie a MUBI (https://mubi.com), assieme ad altre opere decisamente al femminile sia come direzione dell’opera sia come contenuto e grazie e Youtube in versione integrale (Helke Sander Nr 1 Aus Berichten der Wach und Patrouillendienste – YouTube)

La regista

Helke Sammer si colloca con una posizione a sé nell’ambito del Nuovo Cinema Tedesco, attraverso il quale si collega al vasto universo femminile delle registe, sceneggiatrici e attrici che il movimento indusse ad esprimersi e ad essere protagoniste. La sua propensione per il documentario è una scelta ideologica. La regista infatti, attraverso questo mezzo, riesce ad essere diretta e a trasmettere, quasi esclusivamente attraverso le immagini, il suo messaggio. Ha al suo attivo oltre 30 titoli tra film corti, documentari, lungometraggi.  lI film corto di cui pariamo ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino quale migliore cortometraggio. Le sue immagini sono, il più delle volte, urla di protesta sociale e femminista. Le sue opere hanno quasi sempre come protagoniste le donne, l’emancipazione e la lotta delle quali costituiscono il motivo dominante del suo cinema  e dei suoi scritti.

Senza parole, solo un messaggio.

Con From the reports of the security guards & patrol services n°1 la regista Helke Sammer si affida esclusivamente alle immagini e ai suoni dell’ambiente circostante e ai lamenti del bambino piccolo che la madre porta legato al petto. L’inizio del film ci mostra i tre personaggi, la madre e i due bambini, di cui il più grande cammina tenendole  la mano, in una atmosfera di totale tranquillità. Sono in prossimità della stazione, sorridono. Una donna attirata da quel bel terzetto, si ferma a tirare delle foto. Nulla sembra lasciar presagire quello che starà per accadere.
Dirigendosi in un luogo già prestabilito, la mamma solleva un palo ed entra in un cantiere con i suo figli. Arrivata alla base di un’altissima gru, tira fuori dalla borsa un considerevole numero copie di un messaggoi scritto a pennarello sopra la pagina di un giornale.

Ultimo tentativo

Solo il messaggio dice: “Ultimo tentativo. Se non avremo un convenente luogo per vivere per questa sera, allora noi salteremo giù.” La donna affigge alcune di quelle copie, altre le lancerà giù durante la scalata verso la cima della gru. Prima di intraprendere la salita attraverso la scaletta di ferro, la donna assicura meglio a sé  i tiranti del marsupio contenente il bambino più piccolo. L’altro bambino precede di qualche gradino la mamma, in modo che questa possa osservarlo con attenzione. Iniziano i pochi lunghissimi minuti che ci portano, passo dopo passo, ad accompagnare i tre personaggi in uno straziante pellegrinaggio col silenzio interrotto solo dagli sporadici lamenti del bimbo più piccolo e dai suoni sempre più lontani e indistinti, della città, situata ormai ai loro piedi. Ancora un attimo di sosta per lanciare gli ultimi volantini.

Col cuore in gola

Le immagini, allorchè la donna, tirando sempre con sé i due bambini, lascia la scaletta per avventurarsi su uno dei bracci scoperti della gru, ti lasciano col cuore in gola. Non c’è bisogno di soffrire di vertigini o di attacchi di ansia per sentire un senso di mancanza di fiato e un senso di profondo malessere a vedere quelle immagini.  Esse non hanno bisogno di parole né di commento. Le immagini parlano di storie che sono , purtroppo, comuni, e piene di grade gravità e tragicità.  Ogni immagine ha una sua potenza visiva straordinaria

Maternità e femminilità

Le immagini ci urlano di straziante maternità e di violenta protesta al femminile. Ogni immagine è girata magistralmente, perché la regista fa completamente suo il contesto e il messaggio di silenziosa e al tempo stesso urlata e assordante protesta. A questo deve ridurti la vita, la società, il potere? È giusto tutto questo? È lecito uccidersi con i propri figli per il diniego di diritti primari ed essenziali? È questa la vita?