“Domicilio sconosciuto” (Kor. 2001) di Kim Ki-Duk

Una umanità di diseredati e violenti, senza speranza e senza domani

(marino demata) Solitamente Kim Ki-Duk ama la contemporaneità, come criterio che applica sempre ai suoi film, che hanno, generalmente, uno svolgimento riferito ai nostri giorni. Domicilio sconosciuto è invece una clamorosa eccezione a questo criterio: il regista vuole narrarci una storia che fa riferimento ai primi degli anni ’70, allorchè, in piena guerra fredda, la Corea ha al suo interno numerose basi americane. Ovviamente la presenza delle basi condiziona fortemente la vita quotidiana dei paesi e villaggi che si ritrovano nella medesima area. È una presenza che, nel bene e soprattutto nel male, modifica  la vita di chi si trova al di fuori della esse. Si può dire che tutta la vita quotidiana ne risulta condizionata e la stessa economia ne subisce i contraccolpi.

La presenza straniera in Corea nel ’70

Ne emerge un quadro deprimente e un giudizio severo su una presenza straniera che ai più appare priva di senso. Nel corso del film Kim Ki-Duk spesso getta il suo sguardo al di là del filo spinato che cinge la base americana e si sofferma a studiare le sensazioni e i sentimenti di questa piccola rappresentanza straniera. Gli americani si trovano in un Paese che non è il loro, a combattere contro un nemico che nessuno sa con esattezza chi sia, e che comunque non è il loro nemico.  In realtà vorrebbero solo ritornare a casa, data la grande difficoltà a collegarsi con un popolo così diverso, così incomprensibile non solo per la lingua, ma anche per le barriere costituite dai costumi e dai modi di vivere. L’unico rapporto i soldati riescono ad instaurarlo con alcune donne che si concedono a loro. E anche questo crea situazioni destabilizzanti.

Una umanità di diseredati e violenti

Al di fuori di quel piccolo pezzo di America, vive una comunità di diseredati, un villaggio popolato quasi esclusivamente dal sottoproletariato rurale. Lì i rapporti interpersonali sono quasi sempre ispirati alla preoccupazione di curare i propri interessi personali, e di inventarsi giornalmente qualcosa per poter sopravvivere, anche attraverso la violenza e la legge del più forte. Il risultato è  un tessuto sociale i cui  rapporti sono ispirati all’odio, alla brutalità e alla perversione.

Il cerchio della violenza

Il regista si sofferma su alcuni giovani e li ritrae senza speranza e senza domani. Chang-guk (Yang Dong-kun) è un meticcio, che lavora per Dog-Eyes (Jo Jae-hyeon) e macella i cani, ovunque li trovi, per venderne la carne ai ristoranti. Non conosce suo padre, che è un afroamericano, passato anch’egli per la Corea e, come spessissimo accade con le truppe di occupazione, si è invaghito a suo tempo di sua madre  (Bang Eun-jin).
La madre promette ripetutamente a suo figlio che un giorno saranno bene accolti dal suo uomo in America, dove potranno condurre una vita felice. Ma ogni lettera che la madre invia in America, le viene riconsegnata con la dicitura “Domicilio sconosciuto”. Chang-guk prova su di sé tutta la vergogna della situazione, soprattutto perché vittima continuamente di bullismo e di violenze dai suoi coetanei,  che avvertono la sua diversità e non la accettano. Il ragazzo reagisce innervosendosi verso la madre e picchiandola selvaggiamente: il  cerchio della violenza in questo modo si chiude ferocemente.

Il ragazzo americano

Un altro ragazzo, Ji-heum (Kim Young-min), sembra votato ad una esistenza più normale, lontana dagli eccessi dei suoi coetanei. È innamorato di una ragazza, ragazza Eun-ook (Park Min-jung), che però non vuole aprirsi con nessuno, per la disgrazia che la affigge: non vede da un occhio in seguito ad un gioco finito male con suo fratello e vive costantemente con i capelli che le coprono quella parte dl viso, oggetto di sua vergogna. Di lei si innamora anche un soldato americano (Mitch Mahlum), che le promette di pagare per un intervento chirurgico agli occhi da parte di un medico della base USA, a condizione che diventi la sua ragazza.

Solitudine e disperazione

Anche in questo film la violenza viene rappresentata nei suoi aspetti più crudi e insopportabili: è un universo, quello che ci mostra il regista, che sembra non conosca altre modalità di vita. Non si può sfuggire, se si vuole sopravvivere, ad una sorta di guerra di tutti contro tutti e alla sensazione che ognuno sia affetto da disturbi mentali, accentuati dalla solitudine e dalla disperazione. La rabbia si sfoga come può, anche attraverso il martirio dei poveri cani che vengono finiti con una mazza da baseball.  E alcune  scene sono talmente orripilanti che il regista sente il bisogno di chiarire, all’inizio del film, che nessun animale è stato molestato durante la lavorazione.

Dal propria sofferenza alla violenza

L’umanità che Kim Ki-Duk ci presenta in questo film è dunque fatta di alienazione e aberrazione. C’è qualcosa di mentalmente strano che pervade tutti i personaggi, senza alcuna distinzione. È un mondo di sofferenza e di dolore che lo spettatore medio non riesce a comprendere fino in fondo, anche perché, per fortuna, lontano dalla realtà descritta nel film. E soprattutto non riesce fino in fondo a comprendere come si possa passare dalla sofferenza, che coinvolge tutti, alla violenza e all’orrore che sembra non possa risparmiare assolutamente nessuno. Alla fine del film non sarà possibile, in questo caso, ritrovare quel processo di identificazione che in genere si determina tra lo spettatore e qualcuno dei personaggi di una qualsiasi storia. Qui non c’è identificazione. E la colpa non è del regista, ma della realtà che, con coraggio, ha scelto di descrivere, in tutte le sue brutture. Per questi motivi il film è stato giustamente apprezzato dalla critica. Ha aperto con successo la Mostra del cinema di Venezia del 2001 e ha conquistato i favori di molti Festival internazionali ai quali ha partecipato.

Film di Kim Ki-Duk recensiti qui:

Domicilio sconosciuto (2001)
La guardia costiera (2002)
Time (2006)
Pietà (2012)
Moebius (2013)
The net (2016)

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