“Crocodile” (Kor. 1996) il primo film di Kim Ki-Duk

Il ponte dei suicidi. Ovvero: vivere della morte altrui.

(marino demata)

La immagini prima della storia

Nel suo primo film in assoluto, Crocodile, del 1996, Kim Ki Duc ci colpisce, prima ancora che con le tematiche che svilupperà successivamente in quasi tutti i suoi film, con la sua capacità cromatica. Ci riferiamo al  modo col quale sono dipinti e illustrati i luoghi. L’andirivieni del personaggio principale tra il fiume e le basi del ponte su quale vive, le bellissime immagini del mondo sott’acqua che il protagonista si è costruito. E allora ci assiste il ricordo della biografia del regista, il quale, prima di  iniziare a fare film, è stato a lungo a Parigi a conoscere e praticare l’arte pittorica. E chi non proprio digiuno di pittura, può agevolmente riconoscere il modo col quale vengono dipinti i dettagli e i luoghi strani che fanno da cornice al film.

Il ponte dei suicidi

Uno strano spaccato di curiosa umanità, senza casa, vive sotto uno dei ponti del fiume di Seul. Si tratta di A-go (Jae-Hyun Cho), che riconosciamo per averlo visto in molti successivi film del regista) , il vecchio nonno (Moo-Song Jeon), e un ragazzo, Yang-byul (Ahn Jae-hong). Cosa ci fanno questi tre strani esseri dalla mattina alla sera nella parte centrale e bassa di un ponte? Comprendiamo presto il motivo. Quel ponte è conosciuto in tutta Seul per essere i ponte dei suicidi. E A-go trae fonte di sostentamento proprio dal gran numero dei suicidi. Il meccanismo è semplice e perverso a un tempo: quando qualcuno si lancia in acqua, A-go, dopo aver atteso il tempo necessario perché il suicida muoia, si lancia in acqua per recuperare dal morto tutto quello che possa essere più utile: portafogli, soldi, orologio, anelli, catenine d’oro, ecc. Per questo suo andirivieni dal fiume al ponte, il nostro A.go si è guadagnato il soprannome di Crocodile.

Salvare una suicida.

La storia che abbiamo appena accennata è indubbiamente terribile e la prima domanda che viene di fare è come sia possibile condurre un’esistenza fondata su tali basi. La risposta è abbastanza semplice. L’universo che spesso ci ritrarrà, anche nei film successivi, Kim Ki-Duk è quello del sottoproletariato urbano disperato e senza prospettive. Esso vive ovunque sia possibile, sotto i ponte di un fiume, in una putrida baracca o addirittura in un autubus dismesso e sgangherato come nel film Domicilio sconosciuto.
La svolta del film si sviluppa in un tardo pomeriggio, allorchè Crocodile non aspetterà, ma si tuffarà immediatamente per tirar fuori la nuova vittima. Si tratta, in questo caso, di una donna, Hyun-jung (Woo Yun-gyeong). Ma il lettore/spettatore non si illuda troppo. Non è un improvviso slancio di umanità: Crocodile salva la suicida, ma solo per violentarla!

La svolta.

Ma in quell’atto violento si esprime in realtà l’umanità di Crocodile: la sua è una brutalità sussidiaria e sostitutiva di atti d’amore che lui non ha mai conosciuto. In realtà Crocodile nutre dei sentimenti veri per quella donna da lui salvata. Anche se essi non sono del tutto corrisposti.
Ma la donna resta lì, a formare con Cocodrile e gli altri due un surrogato di nucleo famigliare. Percepiamo che i momenti di maggiore tenerezza si svolgono allorchè la coppia si getta sott’acqua, in bellissime sequenze che mostrano i due scivolare lungo le basi del ponte con immagini, anche qui, che hanno molto di pittorico. Un certo cambiamento è avvenuto in lui, se anche il ragazzo, Yang-byul, se ne accorge e ad un certo punti esclama: “C’è qualcosa che non va in lui- sta facendo del bene”.

Reazione del pubblico.

Indubbiamente questa strana e particolare  metamorfosi verso il bene, da parte di Cocrodile, è significativa. Se il personaggio non era riuscito a farsi detestare dal pubblico, malgrado e sue nefandezze, a questo punto della storia diventa perfino simpatico. Ed impariamo così, in questo primo film, una delle caratteristiche di Kim Ki-Duk, quella di riuscire dialogare tacitamente col suo pubblico, a far capire l’impossibilità dei suoi personaggi ad essere diversi da quello che sono, e ad ottenere almeno la giustificazione o addirittura la simpatia dello spettatore. Alla fine, ci rendiamo conto che quello che  quello che affascina è ancora una volta il diverso: la rappresentazione astratta di un mondo ai margini della società. Un mondo ritrovato tante volte nei film del grande regista, coi suoi protagonisti e le sue vittime.

Film di Kim KI-Duc recensiti su Rive gauche-Film e critica:
Crocodile (1996)
Domicilio sconosciuto (2001)
La guardia costiera (2002)
Time (2006)
Pietà (2012)
Moebius (2013)
The net (2016)