“The Mauritanian” (Usa 2021) di Kevin McDonald. Delusione Obama.

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La storia vera di 16 anni di prigionia a Guantanamo senza capi di accusa.

(marino demata) Il 4 novembre 2008 ero negli Stati Uniti, allorchè fu eletto Presidente. Mi trovavo in uno degli Stati del sud, la Georgia, ed esattamente nella graziosa cittadina di Savannah. Ero lì per avere il piacere di visitare le location dove era stato girato un film che amo molto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, di Clint Eastwood. Ricordo, come fosse ieri, i caroselli di auto nelle strade, le urla della gente, neri, bianchi, anziani, bambini e soprattutto donne che urlavano il suo nome: Obama! Naturalmente ero anche io felicissimo che avesse vinto lui e non il senatore repubblicano McCain. In quella notte di festa mi unii agli altri. Telefonai e mi congratulai con alcuni amici della California. L’America e il mondo vivevano  una grande speranza.

Obama e Guantanamo.

Negli anni molti sono stati i provvedimenti positivi del nuovo Presidente. Tra questi mi piaceva molto l’idea veramente rivoluzionaria di un servizio sanitario pubblico, un primo abbozzo di una riforma storica per l’America. Altri sono stati provvedimenti enunciati e promessi, che però non si sono realizzati. Tra questi la chiusura di Guantanamo, un pezzo maledetto di America alla punta dell’isola di Cuba. Una prigione per detenuti politici, spesso semplicemente sospettati di attività antiamericane. In quel luogo le leggi, i principi dei diritti umani, i principi della Costituzione, le norme votate all’ONU, i principi che hanno ispirato le varie convenzioni internazionali restano fuori i cancelli di quel luogo orrendo. Oltre quei cancelli non esistono leggi.

Può succedere di tutto.

Può succedere di tutto per chi, colpevole o innocente, ha la ventura di trovarsi lì. Alla mercè di guardie aguzzine e di veri e propri psicologi della tortura, che utilizzano le proprie conoscenze scientifiche per infliggere il massimo possibile di male alla mente e allo spirito. Torture psicologiche che si aggiungono a quelle fisiche, ai danni spesso irreparabili ai propri corpi. Uno degli impegni di Obama è stato quello di chiudere Guantanamo. Purtroppo, è stato un impegno non mantenuto. Delusione Obama.
Cosa sia Guantanamo lo vediamo chiaramente nel film The Mauritanian. Certo tutti conosciamo le obiezioni. Tutti sappiamo come è cambiata la testa di milioni di americani l’11 settembre.

Una terribile storia vera.

E può essere perfino comprensibile che per molti di loro l’obiettivo fondamentale fosse non la giustizia, ma la vendetta. Con ogni mezzo. Se c’è un sospetto, va torturato fisicamente e mentalmente perché parli. Ma chi garantisce che chi confessa sotto atroci torture dica la verità? Oppure inventa delle menzogne per porre fine alle devastazioni sul proprio corpo?
Il film ci porta all’interno di una storia vera. Il protagonista è Mohamedou Ould Slah (Tahar Rahim, un attore straordinario). In visita alla sua famiglia in Mauritania, viene prelevato perché sospettato di aver reclutato alcuni uomini per l’assalto alle torri gemelle. Potrebbe anche essere vero. Il film non sposa una ipotesi innocentista. Il punto è un altro. Non facciamo confusione.

Spiragli di salvezza dopo 10 anni!

Quando inizia il film Mohamedou è rinchiuso da quasi cinque anni a Guantanamo. Ha subito torture che lo hanno anche indotto a confessare. A tratti il film ricorda l’agghiacciante film The Report, di Scott Z. Burns.
Ma il punto cruciale della vicenda è che il prigioniero si trova lì da cinque anni senza che gli sia stata formulata nessuna accusa. Formalmente non gli è stato notificato alcun documento, nessun capo di accusa. In cinque anni , che poi diverranno dieci, l’Amministrazione degli Stati Uniti non è stata capace di trovare una plausibile motivazione per tenerlo rinchiuso lì. Per 10 anni Mohamedou si chiede “ma perché sono qui?” “Perché nessuno me lo dice?”
Dopo i primi cinque anni arriva uno spiraglio di salvezza: l’avvocatessa Nancy Hollander (Jodie Foster). Combatte non tanto a favore del prigioniero, ma soprattutto perché leggi e Costituzione siano rispettate e non restino fuori dei cancelli di Guantanamo.

I dubbi dell’accusa.

Non si può torturare per 10 anni una persona senza alcuna accusa.  Nasce un vero e proprio contenzioso e sull’altro lato della barricata, a difendere l’operato del Governo, c’è il colonnello Stuart Couch (Benedict Cumberbatch), che dovrebbe anche dimostrare la colpevolezza dell’imputato.
Presto il colonnello sarà a sua volta scosso da molti dubbi. Si ritirerà in buon ordine perché la sua dirittura morale gli  impedisce di continuare quella farsa. Intanto l’avvocatessa Hollander  e la sua assistente Teri Duncan (Shailene Woodley) moltiplicano le visite a Guantanamo, per cercare di sapere di più della prigionia  e del trattamento ricevuto da un reticente Mohamedou, che teme ritorsioni. Tra le tante forme di tortura, vengono mostrate false prove, che la madre si trovi a sua volta in una delle celle vicine, sottoposta a stupro da parte delle guardie.

Abuso e violenza di Stato.

Il giovane regista scozzese, Kevin McDonald, che abbiamo già ammirato in State of play,  è molto bravo nell’incastrare le sequenze della prigionia con quelle della ricerca non della verità, ma degli appigli giuridici capaci di smascherare  il micidiale abuso di Stato di cui è vittima Mohamedou. Il processo, finalmente, dopo dieci anni si svolge. Il prigioniero parla con fierezza e pacatezza ad un tempo. Vengono riconosciute le sue ragioni. Teoricamente è libero e sente di dover festeggiare.
Resterà altri sei anni a Guantanamo. Perché? Perché il Governo degli Stati Uniti fa ricorso contro la sentenza di assoluzione emessa dal tribunale americano.
Delusione Obama.