“Involuntary” (SV. 2008) di Ruben Östlund. Ovvero tra volontà e conformismo.

I comportamenti umani volontari o involontari tra singolo e gruppo.

(marino demata) Selezione ufficiale al Festival di Cannes per la sezione. Un certaine regard è selezionato dalla Svezia come candidato all’Oscar 2010 nella categoria del film non di lingua inglese.  il secondo lungometraggio del regista svedese Ruben Östlund ha il proposito di portare un tocco di innovazione nella cinematografia del suo Paese.  E lo fa cominciando dal titolo che ha un sapore ironico e sarcastico a un tempo. E, proprio partendo dal titolo, la frase chiave del film non può che essere tra volontà e conformismo.

Il rapporto tra singolo e gruppo.

Il film si basa su alcuni episodi frammentati che, inizialmente, disorientano lo spettatore. Poi, a mano a mano che il film ritorna sui vari episodi con altri frammenti, finalmente le singole storie  prendono corpo e lo spettatore, da disorientato che era, comincia a comprendere che deve seguire tutti i vari brevi episodi delle singole storie per avere l’orientamento e il significato delle stesse e per poterne trarre delle considerazioni.
Il dato che accomuna le varie storie è il rapporto tra il singolo e il gruppo e come la volontà del singolo deve spesso fare i conti con le convinzioni del gruppo, che spingono spesso in una direzione opposta. Questo conflitto tra volontà e pressione esterna è reso pienamente comprensibile, a nostro giudizio, da un breve episodio che esemplifica tutto.

Tra volontà e conformismo: un esperimento significativo.

In una classe un’alunna, di fronte ad un disegno che ritrae due linee parallele di cui una è palesemente più lunga dell’altra, viene chiamata a rispondere alla domanda “quale segmento è più lungo?” Senza nessuna esitazione l’alunna risponde indicando quella chiaramente più lunga. L’insegnante a questo punto rivolge la medesima domanda al resto della classe, che invece all’unanimità risponderà indicando l’altra linea. L’esperimento viene ripetuto la seconda volta con lo stesso risultato: il gruppo classe smentisce l’evidenza. Al terzo esperimento questa volta la ragazza indicherà, come linea più lunga, quella palesemente più corta, trovandosi dunque d’accordo col resto della classe. Ammetterà poi di non aver seguito la propria volontà per non trovarsi di nuovo da sola in minoranza. La maestra invece ammetterà che tutte le altre ragazze erano state da lei istruite in senso contrario alla verità per la riuscita dell’esperimento.

Le storie che seguiamo un pezzo alla volta.

In uno degli episodi, un uomo, nel corso di una festa, accende fuochi d’artificio e viene ferito da uno di essi. Tuttavia, rifiuta di andare in ospedale perché non vuole dare l’impressione agli ospiti di aver paura di quello che è successo. Il guidatore di un pullman di linea rifiuta di andare avanti finché l’autore involontario di un danno nella toletta non ammetterà la sua colpa. Ma deve subire le forti pressioni di tutti i passeggeri. Una terza storia vede un gruppo di amici che trascorrono una breve vacanza che prende una piega inaspettata quando uno di loro violenta uno degli amici. E in un’altra storia due giovani adolescenti si sentono come obbligate dai comportamenti degli adulti a vestire in maniera molto attillata e seminude e a mettersi in pose sexy. Si tratta anche in questo caso, di un comportamento non volontario, ma “involuntary” indotto. Infine, un insegnante punisce corporalmente un alunno, mentre altri insegnanti non intervengono, salvo una insegnante  indignata per l’acquiescenza degli altri.

Tra volontà e conformismo: storie borderline?

Si badi bene, che queste, nell’intento del regista, non sono storie borderline o estreme, ma sono esempi di quotidiani comportamenti attraverso i quali il singolo è portato a conformarsi alla volontà del gruppo. Sicché, ritornando alla nostra parola chiave, tra volontà e conformismo prevale quest’ultimo.
È noto che nel cinema l’umorismo nasce soprattutto da i contrasti tra ciò che sembra scontato e un comportamento opposto. Ruben Östlund dimostra di conoscere bene questa regola e crea un film dall’umorismo oscuro e a volte amaro. E’ un film che gioca sulle aspettative del pubblico che vengono puntualmente deluse. In questo il film ricorda il bel film, sempre svedese, vincitore del Leon d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia, di Roy Anderson, Un piccione siede su un ramo e riflette sull’esistenza.

Come è girato il film.

Il regista si impone un modo di filmare che potremmo definire molto spartano. La camera sceglie il proprio punto di angolazione e, in ogni scena ed episodio, rimane sempre fissa. All’interno del perimetro costruito dalla camera fissa si muovono gli attori, entrando e uscendo da tale perimetro. Per Östlund non ha importanza se l’inquadratura ad un certo punto taglia le teste o si concentra sui piedi e le gambe degli attori, come nella prima scena. Dove sentiamo gli attori discutere vedendone solo le gambe. La camera fissa ha come conseguenza il moltiplicarsi, per quante scene ci sono, dei piani sequenza, dove si gioca anche il virtuosismo dell’Autore. Per la verità si tratta di una modalità un po’ maniacale che ricorda alcune opere di Dogma 95, il movimento creato da Lars Von Trier e da Thomas Vinterberg. Anche la musica, come per i film di Dogma,  è quasi azzerata, limitandosi ai titoli di testa e di coda.  nulla deve turbare l’essenzialità del racconto complessivo e delle tesi, indubbiamente ricche di valore, che il regista vuole dimostrare