“I vasi di ceramica”: un racconto di Giulio Natali

Pubblichiamo questo racconto per gentile cortesia de “Il foglio letterario”

Pubblichiamo un significativo e brillante racconto di Giulio Natali, “I vasi di ceramica”, che non mancherà di interessare anche i nostri lettori per il modo esemplare col quale vengono descritti lineamenti della figura – tipo dell’invidioso.

I vasi di ceramica” di Giulio Natali

Non l’ho mai potuto vedere. Quando qualcuno mi chiede di raffigurare l’immagine di uno che mi sta sui coglioni penso a lui, quel vecchio del piano di sotto. Il punto è che, direttamente, non mi ha fatto niente. Ci salutiamo appena: buongiorno, buonasera, fa caldo, fa freddo. Ma lui è stato un ingegnere, un podista, un sommelier; è un marito, un padre, un nonno. Discetta di politica, di arte, di sport senza essere mai impreparato. È gentile con tutti, fa beneficenza, nonostante abbia settantaquattro anni in autobus si alza per far sedere una donna incinta. E ha una collezione di vasi di ceramica da far invidia. Arriva a donarli ai musei, a regalarli agli amici, quei vasi, perché non sa dove metterli.

E io per tutti questi motivi mica lo invidio. Lo odio. Non potrò essere mai come lui neanche volendo. Mi sono laureato a trent’anni perché mi hanno detto che la giovinezza è uno stato mentale e non una parte della vita legata all’età. Lavoro a chiamata in un pub e proprio oggi che spengo quaranta candeline ricevo il solito bonifico di mamma e papà per pagare l’affitto. Come fai a essere apprezzato, a dare agli altri, a studiare, a migliorarti se hai avuto le mie sfortune? Certo, c’è chi va all’estero a tentare la sorte e c’è pure chi si è laureato in corso e oggi ha una posizione, ma si tratta di ricchi o di raccomandati. Non hanno più talento di me.
E quel vecchio di sotto è il motivo per cui non mi sono realizzato, l’emblema di una generazione egoista che non ha lasciato un po’ agli altri, un po’ a me. Mi hanno insegnato che la vita va vissuta, che ogni lasciata è persa e poi finisce che mi ritrovo a quarant’anni senza arte né parte? Non ho colpe se sto così. È chiaro che ho provato anche la strada dell’insegnamento, ma il sindacato mi ha detto che per qualche anno devo andare nelle scuole della provincia di Sondrio e vuoi mettere la Marche con quei montanari? Meglio una sera su tre a portare birre ai tavoli.

Ma stamattina quel maledetto l’ha pagata, e quanto l’ha pagata! Mi sono fatto il regalo di compleanno da solo: è andato come ogni sabato nel magazzino in campagna, dove tiene tutti i prezzi pregiati della collezione. Va lì per ammirare quei cocci, per collocarli in modo diverso, per catalogare i nuovi arrivi; oggi era con un ospite, per farsi bello e darsi il tono da Mecenate. Patetico e disgustoso. Allora dal garage ho preso un martello e l’ho seguito in auto, parcheggiando in mezzo alle fratte, di modo che non mi vedesse. Poi ho aspettato il momento giusto: il vecchio e l’ospite sono usciti dal magazzino senza chiudere ed hanno iniziare a conversare camminando. Una volta allontanatisi a sufficienza, sono entrato in azione. Dritto dentro il magazzino con il martello. Avrò frantumato un centinaio di vasi: cinesi, europei, storici e postmoderni e ad ogni colpo avvertivo lo stesso intenso piacere di un sordido orgasmo. Poi sono scappato a casa, in attesa di vedere rientrare la faccia distrutta del vecchio. Il più bel regalo di compleanno che potessi farmi. Farlo fuori non sarebbe stato la stessa cosa. Soffrire vivendo dura molto di più che soffrire morendo.