Un puzzle articolato e complesso: “Monster” (Usa 2018) di Anthony Mandler

 Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Dean Myers.

(antonia del sambro) Attualissimo, intenso, realisticamente drammatico. L’esordio alla regia di Anthony Mandler è perfetto nei tempi, nella storia, nei personaggi. Uscito sulla piattaforma Netflix lo scorso maggio, Monster affronta il corrente tema della discriminazione razziale. E lo fa partendo da un pregiudizio orribile e più che comune: sei nero, vivi in quartiere complicato ergo sei colpevole. Ma il film è un puzzle articolato e complesso.

Il sistema giudiziario americano.

 Ora, la pellicola di Mandler, in effetti, spiega in maniera sapiente che si può essere colpevoli in più modi. Ma che il sistema giudiziario americano sia comunque compromesso, questo rimane assolutamente un dato di fatto. La trama è disarmante nella sua semplicità. Steve, un adolescente afroamericano che si sta preparando per entrare alla scuola di cinema dopo il liceo, viene accusato di aver partecipato a una rapina finita con un omicidio. Ci sono video, testimoni, eventi causali che lo ritengono coinvolto. Dunque il ragazzo va a finire in prigione, non in riformatorio o in un carcere minorile. Una prigione vera e propria circondato da adulti, in attesa di giudizio.

Un puzzle articolato e complesso

Un giudizio ribaltato.

Il suo avvocato non fa grandi cose per preparare la sua difesa a parte parlare con lui costantemente. E proprio da questi colloqui capisce che il suo assistito è cresciuto in una buona famiglia, con dei genitori colti e attenti alla sua educazione. Anche se abita in un quartiere problematico studia in una scuola privata del centro. Il suo insegnante lo considera un bravo ragazzo e un eccellente alunno. Poche cose, ma essenziali per ribaltare il giudizio preconfezionato di una giuria popolare su un ragazzo afroamericano che vive circondato da spacciatori e assassini. E infatti il giudizio miracolosamente viene ribaltato e Steve può tornare alla sua vita da studente e figlio modello.

Puzzle articolato e complesso

Un racconto sociale di spessore.

Ma Steve sa che la sua innocenza è parziale e che la sua coscienza continuerà a ricordarglielo. Un finale colto e pensato aspetta quindi gli spettatori di Monster. Essi gradiranno la poetica registica tanto quanto tutta la narrazione filmica della prigionia di Steve. La pellicola di Mandler non ha nessun colpo di genio registico, i movimenti di macchina non raccontano quasi nulla, la fotografia è banale, i dialoghi essenziali. Ma c’è il racconto sociale, quello che fa sussultare chi guarda il film. Infatti,  quando il pubblico ministero dà del “mostro” a Steve condannandolo a priori per il colore della sua pelle, ci accorgiamo allora dell’impossibilità per New York di avere un piano per arginare la criminalità diffusa nelle periferie.

Puzzle articolato e complesso.

C’è inoltre il pregiudizio dei bianchi che pensano che ogni ragazzino nero fermo davanti a un negozio sta per commettere qualcosa di illegale. Mandler decide di osare e firmare la sua opera prima raccontando un tema complesso e frastagliato. Su tale tema sociologhi, associazioni umanitarie e personalità religiose continuano a discutere da decenni. Quindi il suo è solo un pezzetto di un puzzle molto più articolato e complesso. Ma tutte le riflessioni che fa il protagonista in carcere e che costituiscono la spina dorsale vera e propria della pellicola, beh quelle sono da dieci e lode. Esse rendono Monster una vera chicca tra il genere cinematografico del momento. A tutti voi rivegaucherini una buona visione e alla prossima. 

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