La condizione della donna: “Nove mesi” (Ung. 1976) di Marta Meszaros

Il tema della oppressione a cui sono sottoposte le donne.

marino demata) Abbiamo già visto e recensito tre bei film di Marta Meszaros, The girl, Sentimenti vincolanti e Don’t cry pretty girl. Da questi film emerge chiaramente che il focus della filmografia della regista ungherese è costituito dalla condizione della donna. Che è alle prese con una società, quella ungherese, tendenzialmente maschilista e con le tradizioni contro le quali vanno a cozzare tutti i tentativi di emancipazione. Quello che è uscito fuori da questi tre film è una galleria di personaggi femminili, sempre in grave difficolta per i comportamenti degli uomini ed anche per la scarsa tutela da parte della società e delle sue leggi.

La condizione della donna in Ungheria.

Il film che trattiamo oggi, Nove mesi, il quarto della filmografia della Meszaros, è, a mio giudizio, il migliore di quelli visti fino ad ora. La ragione è semplice: perché è un film che tratta nella maniera più diretta e attraverso una storia molto chiara, il tema della oppressione a cui sono sottoposte le donne, in conseguenza della disparità di trattamento a causa degli usi e costumi della società e dalle stese leggi.
E’ pur vero che il governo comunista dell’Ungheria del 1976 garantisce, come ben evidenziato nella parte inziale del film, una parità di trattamento tra uomini e donne nell’accesso al mondo del lavoro. Anche se si tratta di lavoro, che a volte è stato definito in altre realtà “da uomini”. Questa definizione spesso nascondeva una disparità di trattamento che non riscontiamo nell’Ungheria vista nel film.

Lavoro sì. Ma il resto?

Tuttavia, la legislazione comunista ungherese, pur riconoscendo le pari opportunità nell’accesso al posto di lavoro, sembra fermarsi qui. Dal film si evince che manca ogni altra forma di protezione e di sostegno nei confronti della donna, lavoratrice o meno, e manca una legislazione che ne riconosca i diritti e la parità di considerazione rispetto all’altro sesso. Il resto lo fanno, purtroppo, gli usi, i costumi e le tradizioni di una società organizzata su basi sostanzialmente patriarcali. Sotto questo aspetto, la storia raccontata nel film è emblematica e la regista è molto brava nel mostrarci tutti i danni, le privazioni e le ingiustizie. Cioè tutto quello che la donna deve subire soprattutto in rapporto ai comportamenti dell’altro sesso, sempre considerati leciti e giustificabili, qualunque cosa accada.

La storia.

La prime scene del film, molto suggestive, grazie anche all’aiuto del colore,  ci portano all’interno delle scintille d fuoco e del fragore di una fabbrica metalmeccanica. Juli (Lili Monori) è una giovane donna indipendente che trova lavoro in quella fabbrica. Il suo caporeparto Janos (Jan Nowicki) si infatua della nuova operaia e, facendo naturalmente leva anche sul suo ruolo sul posto di lavoro, la invita a cena. Dopo qualche comprensibile scetticismo e resistenza da parte di Juli, e dopo un pressante corteggiamento, i due diventano amanti.
Juli non può eludere l’ostacolo principale che potrebbe complicare la loro storia: un marito dal quale è separata e soprattutto un figlio. Juli vorrebbe che ci fosse un incontro civile tra tutti per chiarirei reciproci rapporti. Ma il nostro “eroico” caporeparto” Janos dapprima rifiuta di incontrarsi col bambino e col padre, poi accetta, comportandosi però con sufficienza e con supponenza.

Possessività estrema

Lo sviluppo della storia tra Juli e il suo nuovo uomo ci mostra il crescere, in quest’ultimo, di un senso possessività morbosa, favorita appunto dal modo tradizionale di considerare la donna come oggetto di proprietà dell’uomo. Il trattare Juli con un senso di totale possesso e di disprezzo è ovviamente accentuato dal fatto di essere lei una dona single con un bambino e quindi, per la società, in condizione di evidente subalternità, pienamente utilizzata dal suo uomo per imporre il proprio dominio.
Si tratta dunque di un film di chiara impostazione femminista e con una acuta protesta nei confronti della società e delle sue leggi. Il titolo del film fa riferimento ai nove mesi che Juli dovrà attendere per mettere alla luce il suo nuovo figlio. Quale sarà il futuro che toccherà ad entrambi, alla madre e al figlio?

La condizione della donna: una scena drammatica e significativa.

C’ è una scena chiave nel film, allorchè tutta la famiglia di Jan è riunita per fare lavori nella nuova casa dove dovranno vivere. In quell’occasione Juli decide che è arrivato il momento di dire all’intera famiglia del suo uomo la sua situazione: ha un bambino di cinque anni e un marito dal quale è separata e aggiunge: “sto crescendo il bambino da sola”. La reazione della famiglia è tremenda: “un bell’acquisto questa zoccola”. Andati via tutti, segue una discussione drammatica nella quale Janos afferma: “vattene o ti metto le mani addosso. I miei hanno ragione. Non mi interessa del tuo passato e del tuo presente. Non voglio più vedere né te né tuo figlio. Vai al diavolo.” La ribellione di Juli è radicale: “trovati qualcuno con cui vivere, che partorirà i tuoi figli e sarà la tua schiava. Te la sceglieranno i tuoi genitori.”

Un personaggio a tutto tondo.

La Meszaros costruisce, con Jula, un personaggio a tutto tondo. Sceglie un’attrice, Lili Monori dal volto solare, ma anche abbastanza “ordinaria”, per dare l’impressione che la storia riguarda le persone comuni, e che chiunque può essere coinvolto in una situazione del genere. Il suo personaggio combatte e non si arrende. Coltiva i suoi studi e la sua passione per l’agricoltura, conseguendo anche dei successi in questo campo. La sua è una lotta per uscire fuori, malgrado tutto, dalla schiera dei perdenti. Il merito della regista è quello di aver descritto non solo l’oppressione della donna, ma la sua capacità e volontà di ribellione. Come tale, il suo non è un film di mera denuncia, ma un film di impegno e di speranza,