“Semina il vento” (It. 2020) di Danilo Caputo a Senigallia Corto Circuito

Continua la rassegna di Opere prime italiane –

Questa sera a casa di Cinzia, Strada del Giardino 190 – Ore 20.00 Cena 21.30 Proiezione

Dalla recensione di Giancarlo Zappoli (Mymovies)

Un film ottimista su una generazione che non si arrende, vero argine contro i parassiti, naturali e sociali di Giancarlo Zappoli (Mymovies) Dopo 3 anni di assenza, Nica, studentessa di agronomia, torna nel suo paese in Puglia. Qui trova una situazione complessa: gli uliveti di proprietà della famiglia sono stati invasi da un parassita, il padre è pronto a qualsiasi compromesso pur di portare a casa soldi, la madre versa in una sorta di depressione a causa della mancata apertura di un negozio che avrebbe voluto gestire. Nica però non ha dimenticato i valori che la nonna le ha trasmesso e si impegna, contro tutto e tutti, per trovare una soluzione.

No retreat no surrender

Dopo La mezza stagione, e dopo avertrovato lavoro come postino a Parigi, Danilo Caputo, come la sua Nica, non si arrende e torna a fare cinema nella sua terra. Ci sono pseudoregisti che potrebbero essere ottimi postini ma che si ostinano a dirigere pseudofilm. C’è, fortunatamente, un postino (che sarà sicuramente bravo) che non rinuncia a fare il regista e si fa valere ricordandoci indirettamente il monito di una canzone di Bruce Springsteen: “No retreat no surrender”. Caputo non si vuole arrendere al ‘vivi e lascia vivere’ che mette in bocca alla madre di Nica quando questa intende ribellarsi a un sopruso apparentemente banale (un compaesano che si toglie l’immondizia da casa depositandola davanti all’abitazione dei genitori della ragazza) rispetto al più grave tema che il film affronta.

Un mondo troppo moderno e troppo antico

Siamo davanti a un film che senza falsi pudori ma anche senza gridare slogan, evidenzia come talvolta basterebbe un po’ più di ricerca e di impegno per superare ostacoli solo apparentemente insormontabili. Nica ama la terra che ha lasciato e a cui torna per mettere in pratica ciò che ha appreso nei laboratori universitari. Si trova però davanti un mondo al contempo troppo ‘moderno’ (nel senso deteriore del termine) e troppo ‘antico’ (con una religiosità più da festa patronale che da fede vissuta e praticata). Resta qualche rito atavico che chi è anziano continua a ritenere valido ma che rischia di essere travolto dagli sversamenti industriali. “Chi semina il vento raccoglie tempesta” recita un proverbio popolare ma quello di Caputo non è un film pessimista. Si assume il compito, con l’ottimismo della volontà, di ricordare che non tutto è perduto e che nelle giovani generazioni si può ancora trovare un antagonismo positivo attrezzato per combattere parassiti naturali, ideologici e sociali. 

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