Due storie intrecciate in “Lo Stato in cui mi trovo”/”Die Innere Sicherheit” (Ger. 2000) di Christian Petzold

Due storie intrecciate in modo impossibile

(marino demata)

Dopo aver lavorato per la TV e per il cinema corto, Christian Petzold fa il suo esordio nel lungometraggio nel 2000 col film Lo stato in cui mi trovo. Si tratta di un esordio di tutto rispetto: un film impegnativo, denso di significati, che riesce a coniugare e a fondere due tipi di storie strambi ugualmente importanti e significative, senza consegnare allo spettatore un ordine gerarchico o di importanza di una delle due. Entrambe hanno un grande valore soprattutto perché sono intrecciate fra di oro in una sorta di convivenza impossibile. Già questa premessa riteniamo che renda il film del tutto speciale. Merito di Mubi.com che ce lo ha riproposto.

Una coppia di terroristi in fuga.

La prima storia è data da una coppia di terroristi, Hans (Richy Muller) e Clara (Barbara Auer), rifugiati da anni in Portogallo, dove però devono sottostare a tutto il rituale di chi vuole essere sicuro di non essere prima o poi trovato dalla polizia. Questo significa cambiare spesso città e dimora, cambiare anche i propri nomi, avere qualche appoggio sul quale fidarsi. Il Portogallo rappresenta per loro la base di partenza per raggiungere una meta più sicura, il Brasile. Ma quando, improvvisamente, la situazione in Portogallo diventa critica e la coppia viene anche derubata dei propri risparmi, che significano sopravvivenza, non hanno altra scelta che tornare in Germania e tentare di ritessere i rapporti con i vecchi compagni.

Die innere Sicherheit

Una ragazza che vorrebbe la propria vita.

La seconda storia, strettamente dipendente dalla prima, è quella della figlia dei due fuggitivi, la quindicenne Jeanne (Julia Hummer), che non ha mai conosciuto stabilità, un domicilio costante, una vita normale e una vera e propria scuola, che non siano gli sporadici insegnamenti dei genitori. Non ha mai avuto degli amici con i quali condividere gli anni più belli della propria giovinezza. Da quando era piccolissima, la ragazza ha conosciuto solo instabilità e una vita in fuga, senza sapere da chi o da cosa. E quando sulle spiagge del Portogallo conosce l’amicizia e l‘amore di un ragazzo, si apre di fronte a lei un nuovo mondo in totale contraddizione con quello fino ad allora da lei vissuto.

Le due storie e il ritorno in Germania.

Il forzato ritorno in Germania è una grande delusione. Ognuno dei vecchi compagni ha cercato di rifarsi una vita, lasciandosi il passato alle spalle, ove possibile. Nessuno vorrebbe aprire vecchi capitoli. La coppia in fuga riesce solo ad ottenere un minimo di solidarietà da un vecchio compagno, che, significativamente afferma che “il tempo delle stronzate è finito”.  Nella disperazione, la coppia riesce a ritrovare da sottoterra una vecchia cassetta di sicurezza, che, in realtà, nasconde solo vecchie banconote in marchi ormai scaduti da anni. E, nel frattempo, sempre più, Jeanne diventa un pericolo per loro, un peso che può costare la sopravvivenza di tutti e tre.

Il peso di Farocki nell’economia del film.

Petzold riesce a fondere in modo eccellente le due problematiche che il film si porta dietro, e ad intrecciarle in modo egregi. Anche perchè forte di una sceneggiatura scritta dallo stesso regista e da Harun Farocki, di qualche anno più avanti di Petzold. Farocki è membro di quella generazione del Nuovo Cinema Tedesco più vicina all’ala politica del movimento. E si vede chiaramente che la presenza di Farocki nella scrittura della sceneggiatura, ha conferito sobrietà ed equilibrio all’intera vicenda. In tal modo il film evita sbandate in un senso o nell’altro.
Ne viene fuori in tal modo una storia narrata con oggettivo equilibrio, dove nessun dei protagonisti viene incolpato, dove non c’è spazio per recriminazioni o per processi postumi. Non c’è alcun accenno, perché inessenziale alla storia, alle vicende del passato dei due fuggitivi. Nel presente della fuga, il passato ha il peso che ha, ma che non viene mai né descritto né tanto meno giudicato.

Le due storie

Due storie e la forza del film.

Forse è proprio quest’ultima la forza vera di questo film, lontano da processi, rimpianti, recriminazioni.
Petzold è un regista nato nel 1960, cioè solo due anni prima di quel manifesto di Oberhasuer che doveva simbolicamente sancire l’inizio del nuovo cinema tedesco. Il giovane regista ha visto crescere e svilupparsi la nuova cinematografia e, naturalmente, anche la sua ala politica, che faceva capo a Margaretha Von Trotta, ad Uli Edel, Alexander Kluge, Helke Sander e a tanti altri. Da giovane ha vissuto i forti dubbi sula validità della lotta armata. Ma, contemporaneamente, ha anche colto fino in fondo il periodo torbido delle troppe morti misteriose in carcere e degli interrogativi ai quali non si è dato mai risposta.

La scelta di un film sul presente.

Di fronte a questo recente passato, Petzold decide di voler fare un film sul presente, ovvero sulla scomoda eredità che il passato ha consegnato a tante person. A partire dai tre protagonisti di questo film. E, proprio come si è detto, ma val la pena di ribadirlo, la grandezza di questo film,  collocato nel presente storico, non consiste nell’indifferenza verso il passato. Ma, piuttosto,  nello scegliere il punto di vista della Germania di oggi, con le sue ancora laceranti contraddizioni, ma anche con le sue intatte speranze, delle quali la bella sequenza finale ne è una veramente efficace metafora.