“Il giardino dei Finzi Contini” (It. 1970) di Vittorio De Sica: un fantastico restauro per un grande film.

Ritorna, dopo oltre 50 anni, uno dei capolavori del cinema italiano.

Recensione di Giuliana Gennai (*)

A più di cinquanta anni di distanza dall’uscita (avvenuta il 4 dicembre 1970) nei cinema italiani, è passato in televisione il film Il giardino dei Finzi Contini. Si tratta della versione cinematografica dell’omonimo romanzo, pubblicato da Einaudi nel 1962, di Giorgio Bassani, uno dei più importanti scrittori della seconda metà del Novecento, insieme ad Alberto Moravia, Carlo Cassola, Elsa Morante, Carlo Emilio Gadda. Legatissimo alla città di Ferrara, dove trascorse l’infanzia e l’adolescenza (era nato a Bologna nel 1916) vi ambientò alcuni suoi importanti scritti.

Il romanzo di  Giorgio Bassani

Il romanzo, tra i più letti nel secondo dopoguerra, parla degli anni che, nel vivo della politica di discriminazione razziale, preludono alla Seconda guerra mondiale. Ambientato nella città di Ferrara, durante gli ultimi anni del regime fascista, periodo, che la memoria dell’autore recupera vent’anni dopo quegli avvenimenti, è, in parte, autobiografico. Il protagonista-narratore ha, infatti, molte somiglianze con Bassani, che apparteneva a una famiglia della buona borghesia israelita di Ferrara. Anche i Finzi-Contini, al centro della narrazione, sono ispirati a una ricca famiglia ebrea ferrarese, che ebbe un destino molto simile a quello dei protagonisti del romanzo. Sullo sfondo, la tragedia collettiva dell’incombere della guerra e delle persecuzioni antisemite.

Il fantastico restauro del film

Il fascino del libro è, soprattutto, nei personaggi (tra cui spicca l’enigmatica figura femminile di Micol), per i quali il giardino, che avvolge la splendida villa dei Finzi-Contini, è insieme un ghetto e un rifugio. E, come affermato da lui stesso, sono proprio i personaggi, oltre a “il contenuto umano e la tensione drammatica” a interessare Vittorio De Sica, che diresse la pellicola. Si tratta di un bel film, cui il nuovo restauro digitale, promosso da Antony Morato, esponente internazionale della moda, in collaborazione con l’Istituto Luce Cinecittà e L’Uomo Vogue, fornisce effetti di notevole lucentezza per l’efficace ripristino del colore e del sonoro.

I prestigiosi riconoscimenti

Ritenuto giustamente uno dei principali capolavori della produzione cinematografica italiana, riscosse un immediato successo anche a livello internazionale e fu insignito di numerosi riconoscimenti (il David di Donatello, nel 1971 come migliore produzione e Premio Speciale all’attore Lino Capolicchio, straordinario interprete di Giorgio, il premio Orso d’Oro al Festival di Berlino del 1971 e, sempre nel 1971, due Nastri d’Argento per la migliore scenografia e migliore attore non protagonista a Romolo Valli; nel 1972 l’Oscar come miglior film straniero e la candidatura per la migliore sceneggiatura non originale a Ugo Pirro e Vittorio Bonicelli; nel 1973, ricevette dalla British Academy Film Award il Premio delle Nazioni Unite e la Candidatura per la migliore fotografia).

Il fantastico restauro del film

De Sica dal Neorealismo a Poeta di un dramma della storia.

In totale, sette premi e due nomination, a testimonianza dell’indiscusso valore dell’opera, la cui forza suggestiva e bellezza scaturiscono dalla sapiente combinazione di storia, vigore estetico e popolarità. Sono questi i tratti distintivi della migliore filmografia di uno dei più grandi cineasti, che, con questo film, raggiunge il punto più alto del periodo finale di una strabiliante carriera e, con il suo quarto Oscar, un record, che soltanto un altro grande (Federico Fellini) riuscì a conseguire. In effetti, in questa pellicola, considerata l’ultimo capolavoro di Vittorio De Sica, il profilo artistico e poetico del grande maestro del Neorealismo italiano si dispiega in tutta la sua potenza estetica.

Le malinconiche atmosfere del film

Sorprendenti ed unici i risultati conseguiti, nel ricreare le malinconiche atmosfere di un periodo particolarmente buio (1938-1943). Con l’avvicinarsi dell’immane tragedia bellica, per effetto delle aberranti leggi razziali, si intensificano le persecuzioni antisemite, che finiscono per travolgere anche le vite dei quattro ragazzi, cui anche le mura del grande giardino, dalle quali erano state in qualche modo custodite, non potranno più offrire protezione. Il film registrò ottimi incassi, e, nonostante i contrastanti pareri dei critici, ebbe buone recensioni, ma, soprattutto, piacque al grande pubblico. Del resto, De Sica aveva già portato, con successo, sugli schermi, grandi romanzi: Ladri di biciclette, che trae spunto dal libro di Luigi Bartolini e La ciociara, tratto da un romanzo di Alberto Moravia.

I fattori di un grande successo

Diversi i fattori, che contribuirono in maniera determinante a un successo di dimensioni mondiali. L’ambientazione è stata valorizzata dalla stupefacente fotografia di Ennio Guarnieri. Ci riferiamo all’enorme parco, il “locus amoenus”, testimone delle vicende dei personaggi, teatro di amori, speranze, sogni. Come pure ai suggestivi scorci della città di Ferrara, tra i quali Corso Ercole I d’Este, in cui si trova l’ingresso del giardino. Contribuiscono al successo anche la sensazionale colonna sonora, per l’essenziale incisività delle musiche di Bill Conti e Manuel De Sica, e i costumi, magistralmente conformi all’epoca della narrazione.

Gli attori

Meritano una particolare sottolineatura, per assoluta bravura e molto mestiere, nel senso più positivo del termine, le vibranti interpretazioni del cast (Dominique Sanda nel ruolo di Micòl, Helmut Berger in quello di Alberto, Lino Capolicchio in quello di Giorgio e Fabio Testi in quello dell’amico milanese Giampiero Malnate). Magistrale, infatti, l’interiorizzazione dei personaggi, la delicatezza dei toni, data, come rilevato durante un’intervista all’attore Capolicchio, dai “sottovoce” della recitazione, specialmente per quanto riguarda, appunto, Giorgio, i grandi primi piani, che evidenziano la profondità delle espressioni, inerenti a specifici passaggi psicologici.

La polemica tra Bassani e De Sica

Il film non piacque, invece, all’autore del romanzo da cui è tratto. Dissidi di carattere artistico sorsero tra Giorgio Bassani, che ritirò la sua firma dalla sceneggiatura e Vittorio De Sica. Bassani dichiarò di non riconoscersi nell’opera, da lui giudicata sentimentale e didascalica, come ebbe a dichiarare in una lettera, pubblicata il 6 dicembre sull’Espresso e intitolata Il mio giardino tradito. Nel manifestare il proprio disappunto, prese le distanze e ripudiò il film, ottenendo che il proprio nome venisse tolto dai titoli di coda. Da parte sua, De Sica rivendicò il fatto che il film doveva avere una sua autonomia e, indipendentemente dal libro, e si avvalesse di modalità espressive consone al linguaggio cinematografico.

Due capolavori

Al di là della diatriba tra autore letterario e autore cinematografico, quel che è certo è che siamo di fronte a due capolavori, espressioni entrambi delle due diverse forme d’arte di appartenenza, incentrate l’una sulla magia della parola e l’altra su quella dell’immagine. Esiste quindi “Il giardino dei Finzi-Contini” di Bassani e Il giardino dei Finzi Contini di De Sica. Da notare, senza che ne siano noti i motivi, la mancanza, nel titolo del film, della lineetta tra le due componenti del cognome, mentre, invece, è presente nel titolo del libro.

Dal romanzo al film

In un caso, un romanzo sulla giovinezza e sull’amore, messi a fuoco da elegiache atmosfere. Mentre languidi e malinconici toni narrativi aderiscono alla narrazione di un periodo che la tragedia futura conserva per sempre. Uno schema, che, come è stato notato, citando L’amico ritrovato di Fred Ullman e Au revoir les enfants di Louis Malle, verrà adottato, poi, da altri scritti sullo stesso tema. Mentre, nel caso del film, siamo di fronte ad un capolavoro di cura formale, un’assoluta abilità nel tratteggiare la trama, una riuscita combinazione tra le esigenze di un prodotto commerciale e la raffinatezza estetica di un’opera d’arte.

(*) Giuliana Gennai
Dedita ai processi formativi, lungo un arco professionale di oltre 40 anni, ha svolto la funzione di docente prima e preside poi, in istituti scolastici della provincia fiorentina e Firenze città, dove tuttora abita.
Ha rivestito, nello svolgimento di compiti relativi a specifici ambiti in campo educativo (Orientamento, Educazione interculturale, Formazione docenti, Educazione degli Adulti) incarichi ad essi inerenti.
Si è occupata di politiche comunitarie in materia di istruzione, coordinando attività e progetti, presso la Direzione Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana.
Attenta osservatrice dei fenomeni sociali, ne ha fatto materia di trattazione e riflessione in scritti, che spaziano dalla saggistica alla narrativa.
Partecipa con assiduità agli eventi (di natura artistica e storico letteraria) che animano la vita culturale della città, dove vive (Firenze).
È presente sui social con un blog personale (Giuliana Gennai 2), dedicato agli “Incontri con l’arte” (nelle sue declinazioni e forme), con note, considerazioni, osservazioni, su eventi di carattere artistico (mostre, teatro, incontri letterari, cinematografia).