“Malkovich Malkovich Malkovich” protagonista della mostra di Sandro Miller

Un omaggio ai grandi maestri della fotografia.

(marino demata) (photos courtesy of DiChroma)
Arpino è un piccolo centro in provincia di Frosinone, in quella parte che era una volta considerata territorio di frontiera tra il regno delle due Sicilie, di cui Arpino era parte, e lo Stato del Papa. Il paese è reso soprattutto famoso per aver dato i natali a Marco Tullio Cicerone, dei cui segni indelebili la cittadina è piena.  Ma da giugno scorso Arpino è anche la capitale italiana della fotografia. E resterà tale ancora per qualche settimana. Arpino, infatti, ospita un intrigante progetto del famoso fotografo americano Sandro Miller. È un progetto unico, perché Miller ha voluto rendere omaggio a  34  maestri della fotografia. Quelli che lui ha sempre ammirato e che hanno contribuito alla sua formazione.

Omaggio ai Maestri della fotografia

Omaggio dunque ai maestri e alle loro opere più significative. Questo, in sintesi, il progetto. Ma come si fa a rendere omaggio in un unico luogo ai grandi della fotografia? Mettere insieme l’uno accanto alle altre le opere fotografiche più importanti della storia della fotografia? Impossibile. La geniale intuizione di Miller è un progetto che vuole riprodurre, dopo uno studio nei minimi particolari, e attraverso suoi propri scatti, le foto più belle e significative dei grandi maestri. Ricreando  “alcuni tra gli scatti che negli anni mi hanno maggiormente ispirato, commosso e formato come fotografo,” Questo è l’unico modo per poterle ammirare tutte insieme, come possiamo fare oggi nel Castello di Ladislao ad Arpino, presso la Fondazione Mastroianni.

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Malkovich Malkovich Malkovich

Ma c’è bisogno di un’ultima cosa. La più importate. Un interprete geniale e camaleontico capace di posare di volta in volta, divenendo, nelle pose, nelle espressioni, negli accorgimenti delle luce e del trucco, i vari e diversissimi personaggi ritratti dai maestri della fotografia.  Se Miller è il regista di questo fantastico progetto, c’è bisogno di un protagonista d’eccezione. Ecco John Malkovich. E chi altri può avere la capacità artistica ed attoriale di passare da un personaggio all’altro senza che nulla si perda? Sia per quel che riguarda le intenzioni e i fini riposti nei ritratti dei grandi fotografi, sia per ciò che riguarda gli intenti del progettista-regista Sandro Miller.

Niente parodie, please

Sia Miller, sia Malkovich sanno benissimo a quali rischi si va incontro in questi casi e quali equivoci si possono ingenerare nel pubblico dei visitatori di una mostra del genere. Il rischio è quello di creare delle parodie e non la riproduzione/riproposizione delle opere dei grandi maestri. L’equivoco è che il pubblico creda di trovarsi di fronte ad imitazioni: “fa ridere Malkovich che interpreta Marilyn Monroe?” È buffo quando si veste da donna?” “o quando si ingrossa per somigliare ad Hitchcock? “ Miller sa benissimo, fin dall’inizio, di questi rischi e sa che si possono e si devono evitare in un solo modo: con la serietà del lavoro e l’impegno di tutto il team. A tal punto che il visitatore non trovi nulla di grottesco, perché si tratta non di parodia, ma della riproduzione di un’opera d’arte scientificamente e professionalmente rivissuta e riproposta.

Il bisogno di perfezione

La conversazione con Jon Siskel, sensibile produttore e regista documentarista, che troviamo nel bel catalogo in vendita alla mostra di Arpino, rappresenta la migliore illustrazione possibile del lavoro di Miller e Malkovich. E, a proposito del rischio del grottesco, Miller afferma che Malkovich fin dal primo momento ha colto il carattere serio del progetto: “John ha capito il mio bisogno di perfezione; ha riconosciuto da dove veniva, e che non si sarebbe trattato di una carnevalata. Non era qualcosa di cui o per cui volessi far ridere la gente…Era importante che la gente riconoscesse la serietà del progetto. Leggendovi un sincero ringraziamento ai grandi fotografi.”

Nelle foto sentimenti e impressioni

La conversazione è tutta da leggere, specialmente nelle parti dove Miller passa in rassegna alcune delle sue fotografie e di come la sua versione tendesse ad essere seriamente identica, fin nei particolari minuti, all’originale. Emblematica in tal senso, ed anche toccante per le circostanze, è la foto scattata da Annie Leibovitz a John Lennon nudo accanto a Yoko Ono. Miller utilizza una sua amica, somigliante vagamente a Yoko Ono, ma  molto timida. C’è voluta tutta l’abilità oratoria di Miller per convincerla a posare accanto a Malkovich nudo. E in questo caso, come per tutte le altre foto, non si trattava soltanto di trovare gli stessi indumenti indossati da Yoko, o lo stesso orecchino di diamanti. Fermarsi a questo significherebbe banalizzare il tutto. Miller parla a lungo con la sua amica (e con lo stesso Malkovich) dell’amore che legava i due. Quell’amore doveva trasparire chiaramente nella foto.

L’ultima foto di John  Lennon

Ci siamo soffermati su quest’esempio, su quale lo stesso Miller si sofferma, perché c’è un particolare inquietante: lo scatto della Leibovitz, che ritrae Lennon nudo accanto a Yoko Ono, rappresenterà l’ultima foto di Lennon prima della sua morte, utilizzata per la copertina di Rolling Stone e vista praticamente da tutto il mondo. Il senso dell’amore tra i due è quello che la Leibovitz vuole trasmettere col suo scatto. In quello di Miller si insinua, accanto all’amore, anche un senso di mancanza e di morte , che, ovviamente, non poteva essere manifestato nell’originale. Ma che invece qui, nello scatto di Miller, io riesco personalmente ad avvertire. Si tratta sicuramente di una sensazione personalissima, che però è come se rendesse lo scatto di Miller e Malkovich più completo, più significativo e sicuramente più toccante del suo originale.

Le proprie radici

Miller ha voluto che la prima sede dove si dovesse svolgere la mostra dovesse essere Arpino, non lontano dal paese natale della sua famiglia. Cosa rappresentasse la sua terra, il suo paese e le sue radici Miller ce lo spiega in un filmato che, in una saletta, arricchisce questa straordinaria mostra. In esso il Maestro racconta la sua gioia, da bambino o da ragazzo, quando si decideva, ogni tre o quattro anni, di venire in Italia a trovare i parenti e a visitare il “paese”.
La mostra è stata realizzata e portata avanti da una Associazione no profit, che produce e realizza cultura, come tante in Italia, anche se non tutti se ne accorgono. Si chiama IndieGesta, ha sede a Ceccano e il suo Presidente Alessandro Ciotoli, non ha avuto alcun dubbio, quando gli è stata offerta l’opportunità, di impegnare se stesso e la sua organizzazione nell’allestimento di questo meraviglioso progetto.