Rivive nella Berlino di oggi il mito di “Undine” (Ger. 2020) di Christian Petzold

Un altro forte personaggio femminile nel cinema di Petzold

(marino demata)

Christian Petzold è il più importante e convincente regista tedesco di oggi. Appartenente a quella nuova generazione che potremmo definire  Cinema Tedesco Contemporaneo (CTC), ha in qualche modo fatto i conti con il passato col bel film del 2000 dal titolo italiano Lo Stato in cui mi trovo. Era la storia di una coppia di ex terroristi in fuga perenne assieme ad una figlia spaesata e innocente. Un bel film nel quale Petzold mostra tutta la voglia di dimenticare, da parte della Germania di oggi, la sua più recente storia. Lo stesso sguardo del regista è disincantato e anche distaccato, con scasa partecipazione emotiva, se non per il destino della ragazza. Il film ha messo in mostra già le ottime capacità di Petzold soprattutto per ciò che riguarda le figure femminili, che saranno sempre più attentamente considerate nei film successivi. Con le caratteristiche di decisione e determinazione.

Il mito di Undine

Undine è un film del 2020, che, fin dal titolo, si richiama esplicitamente ad un antico mito, di cui si ha notizia addirittura nel mondo greco. Il termine e il mito sono stati poi a lungo dimenticati, per poi essere ripresi in pieno secolo XII in Francia col mito di  Melusine, e poi nel XVI secolo da Paracelso . Il Romanticismo si impadronì volentieri di questo mito e nel 1811 Friedrich de la Motte Fouqué pubblicò la fiaba Undine. La storia piacque molto a Goethe ed anche ad Andersen, con La sirenetta, e Oscar Wilde con Il pescatore e la sua anima ne rimasero affascinati. Nel mondo del cinema solo una decina di anni fa Neil Jordan gira il film Ondine. Christian Petzold ha dichiarato di aver conosciuto questa fiaba nella sua infanzia. Il film è direttamente ispirato al  libro “Il tradimento romantico” di Peter von Matt.

Il mito di Undine

Il mito di Undine tra amore e tradimento

Una cosa è certa, nelle sue varie versioni, il mito di Undine ci comunica l’esistenza di creature  che vivono nei laghi e che aspirano ad assumere sembianze umane, che otterranno solo attraverso l’amore e finché l’essere amato rimarrà fedele, In caso contrario l’Undine ucciderà l’uomo e tornerà tra le acque.
Nel suo film,  Petzold pone Undine al centro della storia e ne fa uno spirito forte e ribelle, come quasi tutti i suoi personaggi femminili. Undine è interpretata da Paola Beer, attrice molto brava e attraente, utilizzata spesso dal regista. Per Undine ha vinto l’Orso d’Argento quale migliore attrice al Festival di Berlino, dove il film ha ottenuto numerosi altri riconoscimenti.
Nella prima scena la troviamo impegnata in un violento litigio col suo uomo, che le comunica di volerla lasciare per un’altra donna.

Undine sfida il destino

Ma Undine non si scompone molto e comunica con una certa freddezza che sarà costretta ad ucciderlo. Non è una qualsiasi “undine”, perché Petzold le ha dato il carattere fermo che hanno in genere i suoi personaggi femminili. La sua Undine sfida il destino e non intende tornare tra le acque.
Undine ha un’occupazione molto interessante: lavora per i Berlin City Models come storica, tenendo conferenze sullo sviluppo urbano di Berlino e fornendo guide turistiche sulla storia dell’architettura della città. Spiega dunque ai visitatori la storia urbanistica di Berlino prima e dopo la caduta del muro e il perché di determinate scelte urbane che hanno segnato il destino di larghi tratti della città. Uno dei presenti all’ennesima conferenza  di Undine, un giovane di nome Christoph (Franz Rogowski) non nasconde il suo interesse per la ragazza e vuole rivederla.

L’acquario in frantumi

Il loro primo incontro è molto significativo: con un malaccorto movimento Christoph distrugge un acquario e i frammenti di vetro e i piccoli pesci invadono i corpi dei due giovani e l’intera stanza. Sembra un evento premonitore, soprattutto se si pensa che Christoph (lo sapremo poco dopo) è un subacqueo di professione. Un sesto senso ci porta a pensare che, nello sviluppo del film, ancora qualcosa succederà in acqua. Ma nel frattempo la nostra Undine sembra aver messo da parte il suo vecchio amore: le cose con Christoph vanno benissimo e i due sembrano molto innamorati.  E, come dice Undine in una delle sue conferenze, davanti ad un plastico di una zona di Berlino: puoi cambiare una casa vecchio stile con edifici moderni, certo. Ma ci sono aspetti della condizione umana che difficilmente mutano.

Colpi di scena da non rivelare

Il film, nella parte finale, che ovviamente non riveleremo, cambia completamente registro. Possiamo dire che c’è un ritorno del vecchio amore di Undine, che però non sembra più interessare la ragazza. Assistiamo a colpi di scena di una notevole efficacia e soprattutto ad aspetti della storia del film che Petzold non rivela e non scioglie mai del tutto. A mio giudizio questa parte, con le sue ambiguità e con i suoi aspetti misteriosi, e le sue volontarie omissioni rappresenta l’aspetto che riscatta  del tutto una trama altrimenti un po’ banale nel suo iter parafiabesco.  Ma il suo stile, specialmente nella seconda parte del film, emerge negli aspetti più significativi. E sono queste le occasioni che qualificano un grande regista. Il resto lo fa la musica di Bach, mai così penetrante e opportuna.

Da Bach all’urbanistica

Girato con maestria, il film si avvale del tocco surreale del regista, che crea l’ennesimo forte personaggio femminile, in bilico tra mito e storia dell’urbanistica berlinese. Si diceva di Bach: Il movimento adagio del Concerto in Re Minore rafforza il carattere tra l’onirico e il misterioso. E’ un film molto interessante, anche se non il migliore di Petzold, che sembra avere ancora parecchio da raccontare. Ed è destinato a fare  ancora parlare di sé, come finora.