“Rifkin’s festival” (Usa 2020), ovvero tutta la rabbia di Woody Allen

Questa volta il grande regista non le manda a dire!

Recensione di Marino Demata

Devo subito confessare che, per la prima volta, non si è stabilita tra me e  un film di Woody Allen la consueta grande corrente d’amore. Chiariamo:  non son mai stato d’accordo con lo slogan della “ripetitività” che molti critici hanno attribuito agli ultimi film di Allen. Se per ripetitività si intende il mostrarci, da diverse angolazioni, il “perdente” di turno, che arricchisce la apposita galleria proposta dal regista (1), allora “evviva la ripetitività”. E evviva anche gli ultimi film, che continuo a giudicare piccoli gioielli, come La ruota delle meravigle e Irrational man su tutti.

L’alter ego di turno

Il problema è che la ripetitività non riguarda affatto la storia, ma  alcuni aspetti del film, che sono i meno convincenti.  Anche se ne comprendiamo la logica e le motivazioni profonde. Ci riferiamo soprattutto all’esasperato “citazionismo”, troppe volte utilizzato in precedenza, che della storia rischia di farci smarrire le tracce. Ma procediamo con ordine. L’alter ego di turno di Allen è Wallace Shawn, nel ruolo di Mort Rifkin, ex professore di cinema. Questi è vanamente impegnato nel tentativo di scrivere un libro, per il quale ogni nuova pagina viene puntualmente da lui distrutta. È costretto a seguire la moglie Sue (Gina Gerson), titolare di un’agenzia per attori emergenti,  al Festival di San Sebastian, ove è presente un attore francese suo cliente.

La rabbia di Allen

La rabbia di Allen

L’attore. cliente di Sue, è Philippe (Louis Garrel). Egli rappresenta la summa di tutti gli aspetti negativi del cinema e della società americana e di tutti i mali che da un po’ di tempo affliggono Woody Allen. Sicché il personaggio del simpatico e bravo figlio d’arte del noto regista Philippe Garrel (che personalmente ammiro molto) non può non risentire di tutto l’attuale e, aggiungiamo, giustissimo livore di Allen. E vorrei vedere! La democratica e liberale America gli impedisce di girare un film nel proprio Paese e perfino di proiettare il suo ultimo lavoro, la cui visione è praticamente vietata. Amazon gli ha strappato un contratto riguardante la produzione di ben cinque film. E tutto questo dopo l’assoluzione totale e plurima, da parte dei giudici, dei reati che gli sono stati contestati!

Schermaglie tra cinema classico e cinema europeo

Ecco: questo è il clima nel quale è stato girato Rifkin’s festival. Che si potrebbe sintetizzare come un susseguirsi di schermaglie tra Rifkin, grande ammiratore del cinema europeo, dalla Nouvelle Vague a Fellini e Bergman, e Philippe, sostenitore del cinema hollywoodiano classico. Il cui “lieto fine”, motivo costante della sua produzione, afferma Rifkin, è qualcosa di falso che non esiste nella vita. E si sente rispondere da Philippe: “dopo tutto, un po’ di sano ottimismo fa sempre bene”. In verità mai lo scontro col cinema americano classico è stato così assoluto e radicale in un film di Allen. Che ha sempre salvato alcuni aspetti ed autori di quel cinema. I suoi film del passato sono pieni di citazioni del meglio di quel cinema. Oggi la situazione è cambiata. Ed anche Allen. Sì, perché enough is enough, dicono dalle parti di New York.

Radicalità di Allen

Queste sincere affermazioni così dialettiche e radicali, dopo tutto non mi sono dispiaciute. Come quando, molti anni fa, ho letto per la prima volta il manifesto del New American Cinema (2), scritto alla fine degli anni ’50, in un bar del Greenwich Village.  Gli autori erano registi di New York del calibro di Jonas Mekas e di John Cassavetes, che dichiararono guerra alle regole e alle ipocrisie hollywoodiane. Insomma: New York contro Hollywood. Era nato il cinema innovativo anche in America. L’Allen di oggi sicuramente avrebbe sottoscritto quel manifesto! E così è Rifkin’s Festival a trasudare di tutta la collera di Allen.
L’unico problema è che Allen di cinema europeo ce ne fa vedere troppo in questo film. Non era necessario. Allen ci ha detto chiaramemte come la pensa oggi. Le esemplifizazini, in questo caso,sono pleonastiche!
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Gina Gerson
e Louis Garrel

Esasperato citazionismo

Troppo frequentemente Rifkin sogna Jules et Jim di Truffaut o il posto delle fragole di Bergman. Tutti film rigorosamente in bianco e nero, perché  i sogni sono in bianco e nero. E quando, verso la fine del film,  compare la Morte del Settimo sigillo che  propone a Rifkin una partita a scacchi, ho pensato: “questa veramente mancava! Me l’aspettavo!”.  Purtroppo, questo significa strafare o, se preferite, esagerare.
Il vero peccato di Rifkin’ Festival è dunque proprio questo esasperato citazionismo, che rende squilibrato l’andamento del film e disturba il ritmo di una commedia altrimenti gradevole.

 L’arte della commedia

Si, perché, come ingredienti della commedia ci sono anche:
– Da un lato Philippe e la sua agente Sue diventano amanti, come ampiamente previsto,
– E dall’altro Rifkin si innamora della dottoressa spagnola Jo Rojas (Elena Anaya), alla quale si rivolge per ogni piccolo malanno vero o immaginario che sia.
E qui siamo sul terreno dell’arte della commedia, sul quale Allen continua ad essere bravissimo quando si tratta di ingarbugliare le cose!

San Sebastian

San Sebastian, dove ho avuto il grande piacere di soggiornare in due diverse occasioni, è ancora più bella di quanto non ricordassi, dipinta dai colori di Vittorio Storaro, con meravigliose, traboccanti gradazioni di verde e di azzurro. È ovvio che il film, per accordi produttivi presi, è anche un fantastico spot pubblicitario di quella meravigliosa città. Uno spot che, probabilmente, sta a bilanciare la presenza del film di Allen in anteprima fuori concorso allo stesso Festival di San Sebastian. Ma…nessun problema. Anche questo è cinema, amici!

Note
(1) Sui “perdenti” nei film di Woody Allen, su questo Magazine, cliccare qui: “Il cinema di Woody Allen e la galleria dei perdenti”
(2) Sul New anerican cinema cliccare qui: Il new amercan cinema e John Cassavetes