“Radiance” (Jap. 2017) di Naomi Kawase. Il cinema è sguardo…

“Nulla è più bello di ciò che scompare innanzi al proprio sguardo”

(Recensione di Marino Demata)

Still water

Sono un sincero ammiratore della regista giapponese Naomi Kawase, che ha altri e più importanti ammiratori in Francia a Cannes, dove viene puntualmente invitata e dove ha vinto una Palma d’Oro ed è stata presente in ben 7 edizioni.
La mia ammirazione è nata nel 2014, allorchè ho visto Still the water: un’opera che inizia come un thriller, col ritrovamento di un morto portato a riva da una tempesta in una piccola isola del Giappone. Il film ruota  intorno  all’amore di due adolescenti che viene coltivato in mare, sott’acqua.

L’iniziativa di Miu Miu

Abbiamo incontrato di nuovo questa brava regista in un film corto, Seed/Semi, girato su invito di Miu Miu Prada, come undicesimo film della serie Women tales commissionata dalla stessa  Miu Miu a registe internazionali a partire dal 2011.
Lo scopo di questa serie di film è ovviamente pubblicitario. La Prada ha scritturato giovani, ma già affermate registe di tutto il mondo, lasciando loro la più ampia libertà creativa. L’unico vincolo è che gli attori indossassero  creazioni Prada.

Metacinema

Come molti lettori già sapranno, col termine metacinema si intende il cinema che parla di se stesso. Ovvero un film che ha come tema il cinema o qualche suo aspetto fondamentale. Radiance,  che a Cannes è stato ribattezzato Vers la lumiere, si apre con una sequenza nella quale vediamo alcune scene di un film. Cioè vediamo un film nel film. Poi ci rendiamo conto che siamo in una sorta di sala di audizione con alcuni esperti che cercano di tradurre le immagini che vedono in parole. E’ un servizio che viene prestato ai ciechi o ipovedenti, perché possano, in qualche modo, “vedere” il film a occhi chiusi con l’aiuto della descrizione vocale e della propria immaginazione.

Il cinema è sguardo. Il cinema è occhio

Vedendo l’inizio di questo film ho ripensato a un mio scritto di qualche anno fa, credo del 2013, che è ancora presente in questo Magazine, per chi avesse la curiosità di leggerlo. Ho dato a questo scritto il titolo Il cinema è sguardo. Il cinema è occhio. Perché dal titolo volevo dare il senso del primato della vista per poter arrivare ad avere il possesso e la comprensione della storia narrata in un film. E quando si parla dello sguardo, ci si riferisce a quello del regista e dello spettatore. Citiamo da questo scirtto:Il cinema e’ essenzialmente occhio, perche’ e’ un linguaggio per immagini, o essenzialmente per immagini. “Pochi forse riflettono sul fatto che le immagini sono più importanti della storia narrata nel film, ma e’ cosi: “(Wim Wenders)”

Una storia geniale

E ancora: “Quello che in realta’ unisce veramente lo spettatore al regista e’ propriamente la voglia di vedere, di osservare, di muovere lo sguardo e scrutare. E’ il “peccato originale”, o “magnifica ossessione” su cui si fonda il cinema: il voyerismo.”
Rileggo queste note e mi avvicino al film della Kawase, rendendomi conto che la sua storia (pur narrata forse con qualche elemento di debolezza) è geniale. Perché nel film si discute su come descrivere le scene di un film, sapendo che il cinema, per sua definizione, è sguardo, è occhio del regista e dello spettatore. Certo, i dialoghi aiutano. Ma non bastano in un’arte basata sulle immagini.

Le diverse interpretazioni

E allora ritorniamo in quella saletta dell’inizio del film. Ci sono i tecnici incaricati di tradurre in linguaggio le immagini del film. Quella che conosce meglio questo lavoro è Ozaki (l’attrice Ayame Misaki, che proviene da generi cinematografici del tutto diversi e nelle mani della Kawase è una autentica rivelazione). Tra i presenti nella saletta c’è anche qualche ipovedente, che suggerisce eventuali correttivi alle descrizioni.. Non è un lavoro facile. Come descrivere il cambiamento delle luci in un meraviglioso tramonto? O come descrivere i passi di un assassino che si avvicina alla sua vittima? Ciascuno poterebbe descrivere una scena in modi completamente diversi, perché entrano in gioco varie componenti: la propria sensibilità, la cultura il modo di vedere le cose.

Vedere è l’aspetto chiave dell’esistenza

Tra i presenti ipovedenti c’è un importante fotografo, Nakamori, interpretato da Masatoshi Nagase: un attore noto per aver girato film in occidente, collaborando in particolare col grande Jim Jarmusch. Nakamri sta vivendo un dramma terribile: la sua vista sta gradatamente scomparendo. Ormai riesce a vedere solo ad una distanza minima dalle cose. Si ostina a continuare ad usare ancora la sua macchina fotografica, finchè, in una sequenza drammatica all’interno della metropolitana, si rende conto che la vista non c’è più. Gli resterà un pianto liberatorio che rappresenta la disperata reazione di fronte alla perdita. Se ci riflettiamo, ci rendiamo conto che vedere ed essere visti rappresentano sempre più gli aspetti chiave dell’esistenza.

Lo scontro tra i due protagonisti

Ma facciamo un passo indietro. Ritorniamo alla prima scena, la scena chiave dell’intero film. Ozaki dice ai presenti come descriverebbe una scena importante del film. Come spesso succede, nasce un dibattito tra i presenti, che è un confronto tra le sensibilità di ognuno. Interviene anche Nakamori, che rimprovera aspramente ad Ozaki di far prevalere le sue personali interpretazioni e la sua cultura, finendo per stravolgere quello che la scena in realtà vuole esprimere. La sofferenza e il male di Nakamori lo fanno chiaramente andare oltre le righe creando sensi di colpa e dolore per Ozaki, che si interroga se il fotografo non abbia ragione.

L’Arte: emozioni che connettono le persone

Lo sviluppo della storia porterà ad un chiarimento fra i due, soprattutto dopo che si è consumata la perdita totale della vista per Nakamori: “Nulla è più bello di ciò che scompare innanzi al proprio sguardo”.
E’ una bella e tenue immagine quella che Naomi Kawase ci offre col suo film:  e ci convince ancora che l’Arte è soprattutto un mezzo per provocare emozioni e sentimenti che avvicinano e connettono le persone. Questo film, che parte dal cinema come sguardo e come occhio, arriva al cinema che non si vede più e che si racconta con parole che usiamo emotivamente per donare, a chi non può vedere, la nostra idea della storia cui stiamo assistendo.

Approfondimenti:
Il cinema è sguardo. Il cinema è occhio.
Seed/Semi