“Autobiografia”, ovvero “qui non c’è…” di Giulio Natali

Il consueto appuntamento con la brillante prosa di Giulio Natali

Questo racconto non rapisce il lettore. Non inizia con una frase ad effetto, un omicidio, un aforisma, un dialogo che lascia intuire che ne succederanno delle belle. Non si apre con una considerazione filosofica sulla felicità né con una descrizione di spazi aperti, praterie, sconfinati orizzonti che portano in un attimo ad immaginare l’infinito.
Non ci sono lussureggianti foreste. Oceani blu profondi in cui nuotano bachi di pesci dai colori sgargianti. Vette innevate da cui contemplare il resto del creato sentendosi al contempo onnipotenti e granelli di polvere.

Qui non c’è una storia d’amore

Non c’è una storia d’amore passionale, di quelle che nei film accadono quasi per caso. Quelle in cui il protagonista si imbatte nella donna della sua vita, se ne innamora, si batte contro eventi avversi o un rivale sleale e alla fine riesce a conquistarla vivendo con lei per sempre felice e contento. E non c’è neppure un sentimento respinto e disperato, causa di suicidi e altre follie. Ma, voleste guardare agli eventi più banali della quotidianità, non trovereste neppure le piccole, irrilevanti, discussioni tra coniugi prossimi alle nozze d’oro.

Niente Bar dello sport

Niente figli nati prematuri o con il crisma di predestinati; non ci sono lotte tra fratelli e sorelle per la rivendicazione di pari opportunità familiari. E neppure annose contese per cospicue eredità giacenti. Di amici neanche a parlarne; la trama non ha nulla a che vedere con i cliché tipici del romanzo di formazione e men che meno con conflitti intergenerazionali. Non troverete altresì partite a biliardo in bilico fino all’ultimo punto né gare di scopone scientifico durante le quali rischiano di naufragare rapporti nati sui banchi di scuole. Non li troverete anzitutto perché non c’è alcun Bar dello Sport in questa storia.

Qui non c’è politica nè religione

Allo stesso modo non sognate di leggere nelle prossime righe descrizioni delle lotte operaie dei decenni passati, degli scioperi, delle chiusure dello stabilimento della zona industriale. Zero tute blu, qua. Neppure l’ombra di rivendicazioni, pugni chiusi, volantini consegnati davanti ai cancelli della ditta. Anche perché questo racconto non ha connotazioni politiche. Non c’è il fascista cattivo, e neanche il democristiano mafioso, il socialista ladro, il comunista mangiabambini. Assente completamente il processo alla storia e alle intenzioni. E se foste appassionati di metafisica, qui non si supportano le tesi dei credenti né si esalta l’ateismo. Che Dio sia inesistente, vivo, morto, spirito, luce, maschile, femminile, singolare, plurale, in bianco e nero o arcobaleno semplicemente non rileva.

Niente problemi sociali, nè disparate opinioni su tutto

Non sono trattati i problemi di alcool e droghe di giovani e meno giovani, ed è destinato a rimanere deluso chi crede che verranno affrontati temi sociali ed elencati i rischi che si corrono a frequentare piazze e giardinetti al giorno d’oggi. Anche perché nemmeno si vuole discutere la questione se si stava meglio quando si stava peggio; sull’immigrazione, la parità tra sessi, lo scopo dei vaccini, i rettiliani, i terrapiattisti, il complotto di un nuovo ordine mondiale, poi, non viene presentata alcuna opinione.

Qui non c’è accenno alle guerre nè ai nostri successi sportivi

Manco un cenno alle tragedie, grandi e piccole, del vivere; alle guerre combattute in Iraq, Afghanistan o con il vicino di casa; agli orfani e ai disabili, agli ebrei e ai palestinesi.
E, ora, davvero pensate che vengano elencate i successi nazionali alle olimpiadi e ai mondiali di calcio? Che lo sport sia presentato come metafora della vita? Oppure che si narrino le vicende di un attore, un cantante, un pittore nato in povertà e poi diventato famoso in tutto il mondo grazie al suo talento? Non illudetevi.

Il mio ghost writer

La verità è che in questa storia non succede niente. Perché questa è la storia della mia vita.
Le autobiografie sono spesso scritte a quattro mani, con l’aiuto di un ghost writer. E anche stavolta non si fa eccezione. Ringrazio, quindi, per il supporto fondamentale alla stesura dei fatti quel famoso tedesco, Alzheimer mi pare si chiami.