“Morte a Venezia” (It. 1971) di Luchino Visconti

50 anni dalla produzione di questo capolavoro. La capacità di Visconti di descrivere le epoche di decadenza.

(Recensione di Giuliana Gennai)

Pellicole, che offrono una visione godibile, con cui potersi intrattenere e magari rilassare corpo e mente per qualche ora. Vederle una volta, però, è più che sufficiente. Film, che, invece, rimangono impressi e il rivederli costituisce un’esperienza nuova, perché, ogni volta, suggeriscono riflessioni, in una rinnovata capacità di comunicare e, talvolta, anche stupire combinando magicamente emozione e estetica. Pellicole quindi destinate a non invecchiare, perché mantengono una freschezza di fondo .tale, che difficilmente possono essere considerate superate.

Morte a Venezia: Da vera letteratura a grande film

È il caso di uno dei classici della filmografia di Luchino Visconti, Morte a Venezia, 1971, celebre versione cinematografica dell’omonimo racconto lungo o romanzo breve (che dir si voglia), “La morte a Venezia” di Thomas Mann. Classico esempio dell’incontro tra letteratura (quella alta e, in quanto tale, meritevole di questa definizione, letteratura appunto, in quanto, non tutti gli scritti possono, anche a parere di chi sta redigendo queste note, essere considerati tali) e cinema. La pellicola non solo mantiene tutto il suo fascino, legato al carattere pittorico degli splendidi fotogrammi, ma rivela una innata potenzialità  a svelarsi in rinnovate chiavi di lettura.

Thomas Mann a/e Venezia

Thomas Mann redige la novella (ulteriore definizione data all’opera, oltre ai già citati), da cui è tratto il film, dopo un soggiorno, con la moglie, a Venezia. Circostanza, questa, che gli consente di osservare (e trarne ispirazione) un ragazzino (probabilmente il barone polacco Wladislaw Moes), in villeggiatura, nella città lagunare, con la famiglia (la madre, le sorelle, “vestite come suore”, particolare, che, rappresentando un’ immagine di austera convenzionalità, rafforza l’impressione di grazia ed eleganza trasmessa dal ragazzino, e l’istitutrice). 

Dirk Bogarde in
Morte a Venezia

Letteratura, cinema e musica

“La morte a Venezia”, redatto nel 1912, racconta l’amore platonico, divenuto poi ossessione autodistruttiva di un vecchio scrittore nei confronti di un adolescente, dalla cui bellezza classica, che rispecchia i canoni tipici di una statua greca, rimane profondamente colpito. Soggetto che si muove, attraverso l’arte della narrazione, tra letteratura, cinematografia e musica (sul testo dello scrittore di Lubecca si basa, infatti, anche il melodramma in due atti, composto da Benjamin Britten, nel  1973) e assume, in tutte e tre le rappresentazioni artistiche, i tratti qualificanti del capolavoro.

L’afosa e decadente Venezia

Nella trasposizione cinematografica di Luchino Visconti, protagonisti della vicenda sono un maturo raffinato compositore, Gustav von Aschenbach in piena crisi artistica e intellettuale e il giovanissimo, efebico Tadzio, che, agli occhi di Gustav, appare l’ideale estetico caparbiamente inseguito per tutta la vita. Entrambi, in vacanza, a Venezia, soggiornano nel lussuoso “Hotel Des Bains”. Coprotagonista, per il potente impatto visivo delle inquadrature, un’afosa e decadente Venezia tardo estiva, ben presto ammorbata da un’epidemia di colera che, negata dalle autorità per non compromettere l’attività turistica, la racchiude in una bolla fuori dal tempo.

Visconti ritorna ad un’epoca di decadenza

Di grande suggestione figurativa per il rigido controllo formale degli ambienti, ricostruiti con precisione maniacale, le sequenze descrittive della città, il cui destino è speculare di uno dei citati protagonisti. Gustav si ammala di ossessione amorosa, come Venezia si ammala di colera, malattia, la cui funzione allegorica è collaterale alla crisi esistenziale di Aschenbach e alla sua crescente mania morbosa. L’ambientazione, connaturata al declino del personaggio (Gustav von Aschenbach), si trasforma in stato d’animo, in dramma interiore. E qui si coglie come Morte a Venezia sia il film che riflette maggiormente l’estetica decadente di Visconti,la sua poetica crepuscolare del tramonto di un’epoca, della fine di un mondo.

La incombente presenza della morte

La proustiana ricerca del tempo perduto nei flashback, che rievocano episodi del passato di Aschenbach, compresa  la scena del funerale della figlia (tragedia che peraltro segnò  anche la vita del compositore Gustav Mahler, da cui il protagonista prende il nome) trova, infatti, calzante correlativo nel disfacimento progressivo della città di Venezia, nel suo lento e incessante deperimento tra manifesti appesi relativi alla disinfezione e la sempre più pressante presenza dell’alito della morte.

Gustav Mahler

Il Gustav von Aschenbach di “La morte a Venezia”, scrittore di successo, battezzato da Mann con il nome del suo amico personale, Gustav Mahler, diventa, nel film, un severo musicista, interpretato da uno straordinario Dick Bogarde, i cui silenzi e soprattutto pensieri, riflessi dalla consistente gamma di sfumature degli sguardi, lasciano trasparire magistralmente l’estasi contemplativa di una bellezza continuamente sfuggente. Il cambio, da scrittore a musicista, scaturisce dalla volontà di esplicitare il nesso tra la figura di von Aschenbach e il celebre Mahler. Il repertorio di quest’ultimo (in particolare la terza e il IV movimento della quinta sinfonia) costituisce gran parte della splendida colonna sonora.

Amore e morte

La vita di Gustav Aschenbach, quello viscontiano, appare segnata dal rigore metodico nella composta bellezza delle forme e, attraverso questa, dalla costante ricerca della perfezione estetica ed etica. Egli vedevede, nella contemplazione della bellezza di Tadzio, con il crollo di tutte le certezze, lo sviluppo di una vera e propria ossessione:  un ambiguo connubio tra amore e morte, verso una dimensione autodistruttiva.  L’impianto della pellicola, ricca di rimandi culturali (da Sigmund Freud a Friedrich Nietzsche, ai dialoghi platonici, in particolare il Simposio) ha un marcato impianto simbolico e metaforico, che non si discosta dal testo di riferimento.

La malattia e il tramonto di un’epoca

Dominante la metafora della malattia (tema, peraltro ricorrente in Mann, tanto che ritornerà con forza nella sua opera più matura, “La montagna incantata”, scritta nel 1924, dodici anni dopo) che assume, anche nel film di Visconti, la valenza di uno strumento di indagine sulla crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo, dei valori borghesi, e, con l’avvento di una incombente modernità, dell’insanabile frattura provocante l’ineluttabile tramonto di un’epoca.

Venezia simbolo della decadenza

Una composita simbologia, che fa, di Venezia, leggenda di se stessa, un tempo terra di vitalità artistica, seducente culla di artisti, una città fantasma degli sfarzi di un glorioso passato. La città, da simbolo della cultura e dell’arte, diventa simbolo della decadenza e del disfacimento culturale e artistico. Significativo al riguardo l’episodio con il gruppo dei musicanti, che, apparsi una sera nel cortile dell’hotel, dove si trovano gli ospiti a godersi il fresco, suonano arie dozzinali.

50 anni da Morte a Venezia

La verità deformata

Il suono degli strumenti simboleggia il becero intrattenimento con cui, attirandone l’attenzione, distrarre la massa degli spettatori. Allorché il direttore dell’hotel, simbolo del potere, interroga i musicisti su cosa hanno detto al cliente (Aschenbach ha chiesto loro il motivo per cui stiano disinfettando Venezia) le espressioni e i gesti sono rivelatori dell’ipocrisia e falsità, con cui l’intrattenimento deforma la verità e mescola la finzione con la realtà.
Altro momento rilevante quello, in cui Gustav, ormai schiavo della sua ossessione si reca da un barbiere, che, simbolo dell’ipocrita apparenza, gli tinge capelli e baffi e lo imbelletta per “restituirgli” una parvenza di gioventù.

Morte a Venezia

Ne scaturisce la metafora della ricerca dell’apparire, che, non potendo ricreare quel che non c’è più, finisce per ridicolizzare chi non si accetta per quel che è. Si consuma in questo episodio la sconfitta di Gustav con l’abiura di tutta la sua precedente dignitosa esistenza. Nel finale sulla spiaggia del Lido, dove Aschenbach ammira Tadzio giocare, si assiste allo sguardo  complice tra i due, al dito del ragazzo, che sembra indicare, sottolineando  la dimensione onirica della vicenda, l’aldilà. E si assiste, infine, alla sua immagine che, leggera ombra danzante,  si muove verso il mare, paesaggio delle manifestazioni d’amore dei personaggi. Mentre  Gustav, il volto rigato dal nero del trucco che si scioglie, cade su un fianco e muore. Verrà trovato poco dopo esangue.

Alfred

Rilevante, nel film, la figura di Alfred, ispirata ad un personaggio manniano (Adrian Leverkühn del “Doctor Faustus), con cui si dà spazio a interessanti discussioni, tra lui e Aschenbach, sull’arte e l’esistere.
L’opera, inoltre, oltre che per la sceneggiatura (Visconti e Nicole Badalucco), risulta di alto livello anche sotto il profilo prettamente formale, per la fotografia di Pasquale De Santis,le scenografie di Ferdinando Scarfiotti e i costumi di Piero Tosi.