“Sulla cresta dell’onda” (prima parte). Il nuovo racconto di Giulio Natali.

(Il racconto è stato diviso in due parti. La seconda e ultima parte sarà pubblicata alla fine di ottobre)

Alla fine del secolo scorso c’erano persone a Sarnano che si mettevano in attesa dell’apertura dell’edicola del vialone. Cioè dell’arrivo di Matteo. Costui era un giovane poco più che ventenne che abitava in una cittadina vicina e teneva il negozio come teneva alla sua igiene personale: approssimativamente. Alle 7,20 di solito Matteo con i pantaloncini quattro stagioni spiegazzati e lisi parcheggiava la Panda (va da sé, scassata) a fianco dell’edicola e prelevava la risma di giornali lasciata sul marciapiede chissà quanto prima dal distributore, iniziando a dar via ai più mattinieri le copie fresche di stampa e di rugiada.

Il Bar Capriccio

L’edicola si trovava di fronte ad un altro importante punto di ritrovo del paese. Dall’altro lato della strada, da decenni, Manola ogni alba scesa in terra tirava su la saracinesca del Bar Capriccio. Sarebbe ingeneroso ridurre alle mere funzioni di ristoro quelle quattro mura, che diventavano vero e proprio tribunale del paese, specialmente per politica, corna e calcio; quasi mai gli innocentisti prevalevano e il verdetto era, inappellabile, di condanna.
Tra gli avventori fissi c’era Pietro Paccazocco, per tutti lu Viru, a indicare un acume identico a quello degli animali da cortile.

Pietro Paccazocco

Stempiato oltre la media, poteva rasarsi completamente per apparire più giovanile di quanto i suoi trentacinque anni dimostrassero, ma questo non avrebbe cambiato i denti storti e pieni di tartaro e lo sguardo vitreo. Pietro si annoiava a stare nel suo monolocale perché era nato per animare le udienze del Capriccio; sin da piccolo era stato bersaglio dei coetanei e con gli anni avevo maturato un senso di frustrazione che sfogava nei litigi calcistici e nei superalcolici. Quando le due cose si combinavano, erano fuochi d’artificio.
Mentre Matteo nei suoi pantaloncini quattro stagioni tentava di aprire la risma umida con il trincetto, Pietro, a pochi metri da lui, era al terzo Fernet. Già a quell’ora, dalla strada a volte si vedeva un’ombra urlare che era rigore puntando minacciosa il dito verso il frigo dei gelati.

Manola

Manola pensava che il suo più che un lavoro fosse una missione e svolgeva l’attività con rassegnazione; il marito, ormai sulla cinquantina, apparteneva all’esercito dei metalmezzadri, contadini delle contrade strappati alla terra dai tomaifici della zona, e al bar non si vedeva mai, preferendo dopo il turno attardarsi con altri coetanei a tirare la ruzzola in qualche discesa di campagna. Molto spesso era l’unica donna in mezzo ad alticci energumeni ed era contenta che ci fosse un bancone a dividerla da loro.

Don Paolo

Dopo la messa delle 9, anche don Paolo scendeva lento per i ciottoli di via Roma per un caffè corretto al Varnelli, ma la sua presenza non condizionava la quantità di bestemmie dei giudici del tribunale del Capriccio. Convinto che, come per le star del cinema, a Dio importasse che, bene o male, si parlasse di lui, fingeva di non sentire e volentieri aggiungeva il suo parere alle dotte discettazioni dei presenti.

Matteo al bar

Matteo andava ad unirsi alla combriccola del bar a metà mattinata, per fare uno spuntino, che le prime ore di lavoro erano le più faticose. A forza di contare spiccioli e dare il resto per i giornali, poco prima delle undici avvertiva una crisi glicemica reversibile solo con un bombolone alla crema. Allora, lasciava aperta la porta dell’edicola, attraversava la strada, ordinava il solito a Manola e consumava provocando don Paolo e coglionando lu Viru, dando in più un occhio al suo negozio, fosse mai che qualche cliente se ne andasse perché non lo trovava. Col tempo, di quest’ultima cosa, si sarebbe preoccupato decisamente meno.

Sulla cresta dell’onda su un windsurf

I pomeriggi di Matteo, invece, non erano prevedibili: dipendeva da lei. Dall’onda. Se, prima di fermarsi per il pranzo, vedeva spirare “lu ventu justu”, era quasi certo che solo il mare lo avrebbe visto nelle ore successive. Ci sono persone che dichiarano di vivere per lavorare, altre di lavorare per vivere. Lui lavorava – il minimo indispensabile – per cavalcare l’acqua. Su un windsurf.

California dream!

A quei tempi, David Hasselhoff imperversava in televisione con Baywatch, ma Civitanova non aveva nulla a che vedere con le spiagge americane, e i tentativi di Matteo finivano spesso come quelli di chi pensa di acchiappare farfalle con un retino bucato. Senza considerare che, a Civitanova, Pamela Anderson non l’aveva vista nessuno. Tutto questo, anziché farlo desistere, lo portava a perseguire il suo sogno con maggiore determinazione: andare a vivere in California campando della sua passione. C’è da dire che pochi erano in grado di giudicare le sue capacità, anche se la postura sull’attrezzo, forse perché era autodidatta, sembrava incerta e poco plastica; ma il modo con cui si ripresentava, quando lo faceva, al negozio alle 16 era l’immagine più di uno che era naufragato su un’isola deserta che di uno scafato lupo di mare.

Salsedine e sabbia

La salsedine accumulata sulla pelle si mischiava all’odore che emanava di suo e non era inconsueto vederlo servire i clienti con le ginocchia ancora incrostate di sabbia; in più, giorno dopo giorno, i capelli biondastri crescevano e diventavano sempre più crespi visto che a loro Matteo di shampoo e balsami ne faceva vedere pochi.
Sognare la California, alla fine, era lecito, innocuo e neppure particolarmente originale. Concretizzare il sogno, però, voleva dire fare un salto esponenziale, anzitutto perché significava che in tasca c’erano soldi sufficienti per volare dall’altra parte dell’oceano.

(segue)

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