“Tutto il mio folle amore” (It. 2019) di Gabriele Salvatores. Un inno alla diversità.

Sabato 20 novembre ore 17:00 a Le Murate MAD di Firenze

(commento di Marino Demata)

Dopo 16 anni

L’inizio di questo film di Gabriele Salvatores ha il merito di collocare subito lo spettatore al centro di una situazione insolita e completamente caotica, nella quale sono coinvolti tutti i quattro personaggi principali della storia. Ci si domanda subito: cosa può accadere se si presenta alla porta di casa nostra un personaggio che non vediamo da ben 16 anni e a quali angoscianti momenti di panico può portare il ricordo che tale persona è andata via di casa alla notizia che la propria moglie era in attesa di un suo bambino? E che ora ritorna, spinto da una improvvisa curiosità di voler vedere per la prima volta il proprio figlio?

Le varie reazioni

Non si può certo dire che la reazione di Elena, la madre del ragazzo (Valeria Golino), fatta di stupore misto a rabbia covata per ben 16 anni sia eccessiva o incomprensibile. Più misurata appare quella del padre (Diego Abatantuono), nei panni dell’editore Mario , personaggio decisamente più riflessivo e dal bagaglio culturale più ampio di sua moglie. Ciò lo mette al riparo da situazioni ansiogene e gli fa recitare la parte di chi esprime il proprio punto di vista, ben sapendo che poi sarà quello dominante. Alla porta, a reclamare un po’ tardivamente i propri diritti di padre è Hallodri Willy (Claudio Santamaria).

L’autismo di Vincent

Il pomo della discordia è Vincent (Giulio Pranno), il ragazzo sedicenne che sembra assista indifferente al putiferio che si è scatenato. L’indifferenza al mondo è uno dei suoi tratti caratteristici: Vincent, infatti, si è chiuso all’interno del suo angolo. Il suo autismo e le velleitarie iniziative di cura della madre hanno avuto effetti prevedibili: Il mondo, nella sua globalità, gli interessa ben poco. Ha da tempo risolto I suoi rapporti col resto dell’umanità con una formula che recita spesso: “Sono Vincent Manzato, nato a Trieste il 13 luglio 2003, figlio di Elena Manzato e adottato da Mario Topoi!”. Per il resto parla molto poco. I suoi rapporti umani sono ridotti all’essenziale e spesso sostituiti da una gestualità istintiva, con la quale riesce a trasmettere i propri stati d’animo.

Un mondo nuovo per Vincent

E, infatti, non riesce a nascondere l’interesse per quella strana figura che si è presentata alla porta. L’interesse è tale che lo spinge a nascondersi nella sua auto e ad andare via con lui. Ha trovato, in colui che si è esplicitamente dichiarato suo padre, tutto quello che non ha mai trovato nel mondo artificiale che la madre ha cercato, anche a costo di ingenti sacrifici, di procurargli. E cioè l’imprevedibilità che nasce dall’essere naturali e non artificiali, una vena pronta alla battuta, il fare quello che più ti aggrada e senza chiederlo a nessuno, conoscere, senza alcun timore, persone nuove che ogni caso ti arricchiscono l’animo.
La curiosità di Vincent sarà presto ripagata. E’ un mondo nuovo quello che si presenta ai suoi occhi, ed è incarnato dal suo “vero” padre. La vita per lui cambia aspetto e somiglia di più a quella che ha sempre desiderato.

Il Modugno dei Balcani

Alla scoperta del clandestino a bordo, Willy comunica alla famiglia, che si è lasciato alle spalle, di non potere al momento ripore indietro il ragazzo: ha una serie di spettacoli che lo aspettano in Slovenia e Croazia, dove si è guadagnato una certa popolarità cantando il repertorio di Domenico Modugno e il soprannome di “Modugno dei Balcani”. Comincia dunque un appassionante ed intrigante road movie a doppia dimensione. Da un lato i due fuggitivi e dall’altro la coppia formata da Elena e Mario, al loro inseguimento. Inizia la parte più gustosa e avventurosa del film: i due road movie hanno molti aspetti spettacolari e serbano molti elementi di novità e di scoperta per Vincent. Sia pur breve, per lui si tratta di un vero e proprio viaggio di crescita e di formazione. E’ un’altra persona quella che sta diventando grazie alle nuove esperienze e al “folle amore” che il padre riesce a trasmettergli.

Se ti abbraccio non aver paura

Il film è liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Fulvio Ervas “Se ti abbraccio non aver paura”. E, se avete curiosità, potrete conoscere i due personaggi reali di questa storia vera nel cuore dei titoli di coda, sulla base di una moda, che tenda a favorire la conoscenza, da parte del pubblico, dei personaggi reali che ispirano le storie vere portate sullo schermo. Salvatores, con questo film, rimane ancora nel mondo dei giovani, nel quale è entrato con successo qualche anno fa con Io non ho paura, storia di un ragazzino di nove anni, che scopre, in un buco del terreno un altro ragazzo che vive proprio lì. Qualche anno dopo è stata la volta di un’altra storia di ragazzi, Il ragazzo invisibile un tredicenne introverso e timido, preso in giro dai compagni di scuola, che  trova però il modo di riscattarsi, scoprendosi in grado di apparire invisibile.

Inno alla diversità+

Il film avrà un suo seguito, in Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, ove il ragazzo scopre la sua madre naturale e sua sorella, entrambe dotate di superpoteri, utilizzati con pessime intenzioni. Salvatores potrebbe sembrare particolarmente attento alle varie sfaccettature del mondo giovanile. Ma in realtà il suo interesse fondamentale è il mondo della diversità.  Tutto il mio folle amore è un vero de proprio inno alla diversità, intesa come ricchezza, come voglia di scoperta di esplorazione di nuovi e differenti orizzonti. Padre e figlio scoprono, nel corso del viaggio, le loro diversità, si scontrano e poi si accettano e si arricchiscono entrambi. Il regista non si mette in cattedra: non ha lezioni da impartire, ma una bella storia da narrare. Sa farlo, come sempre,  nel migliore dei modi!